Duccio Trombadori in amore va sul classico

Nel recente «canzoniere» echi dei provenzali e di Ovidio, Cavalcanti, Dante, Goethe e Musil. Con una sezione in francese interamente ispirata a riferimenti pittorici

«Figlio e nipote d’arte», quale ci si presenta lui stesso, Duccio Trombadori intitola questo suo «canzoniere», compatto nei raccordi fra le cinque sezioni, Illustre Amore (Maretti, pagg. 123, euro 15). «Canzoniere», mi sembra, in quella chiave classica cioè perenne che giustifica sia l’A maiuscola per l’«amore» sia l’epiteto «illustre» che Gli si addice a riconoscimento sostanziale della prerogativa - che «Amore» ebbe e mantiene - di dar luce a chiunque venga colpito dal Suo strale.
Il poeta c’informa che almeno una parte del canzoniere non risale ad anni recenti; ma che importa, se il paradigma di speranza e desiderio, passione e rimpianto non ha età e torna a declinarsi immutato sotto ogni cielo e in ogni lingua dell’uomo? Qui, sul piano linguistico, Trombadori si esprime con una coltivata naturalezza: si richiama a testi quasi sempre «sacri» della poesia, li evoca di scorcio o convoca esplicitamente nell’evidenza di un’epigrafe. Ovidio e i provenzali, Cavalcanti e Dante, Goethe e Musil: auctores ora cercati ora suggeritori imprevisti di una formula espressiva che illumina una situazione. C’è poi una parte del libro, la quarta - con versi anche in francese, Miragli - interamente mediata, ossia appoggiata a riferimenti non solo letterarii ma anche pittorici. Faber accorto e rimatore capace, oltre al canonico endecasillabo - variato qua e là con opportuni ipermetri -, Trombadori usa il doppio quinario, il decasillabo e varie altre misure.
Poche righe non bastano a dare un’idea dell’ariosa ma contenuta trepidazione ch’è il clima di questo canzoniere. Ma qui debbo limitarmi a un paio di citazioni esemplari. Nella prima, una scena all’aperto, si vede Amore pronto a svolgere le sue immortali competenze: «Adesso parlano alati tra loro/ e li rivedo sul colle antico,/ ci sono alberi che fanno coro/ ad una rondine dal volo amico./ Favilla Amore sull’anca d’oro,/ batte fremendo la sua faretra:/ soffia nell’aria vento d’alloro/ dove soleggiano erme di pietra...». Nell’altra, ad amore si mette la minuscola, ma vi freme quella dedizione ad personam che è la maggior forza d’urto del libro: «Io buon servente, io che ti rimiro/ come scritto tracciato col limone,/ visibile alla fiamma/ in un raggiro di tinte/ che scompare all’emozione consumata/ per poco in desiderio,/ vorrei fiorisse in te quell’intenzione/ di effetti stralunati che è l’amore...». Un amore che il poeta riesce a render persuasivo, comunicativo, tanto nelle articolazioni larghe quanto negli estrosi lampeggi epigrammatici: «Ti chiedo soltanto/ un grande piacere,/ se merito amore/ fammelo sapere».