"Il Duce e il Patto di Monaco nel mio film scritto da Havel"

Milos Forman, regista di "Amadeus", racconta il suo nuovo progetto: "Sto facendo
sopralluoghi a Berlino e nella villa dove l’Europa regalò i Sudeti a
Hitler"

Lione - «Preparo - mi dice Milos Forman - Il fantasma di Monaco, sul patto che nel 1938 decise l’annessione dei Sudeti, regione cecoslovacca a maggioranza tedesca, alla Germania. Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier sono fra i personaggi principali».
Forman mi parla avendo accanto il premio Lumière, che Bertrand Tavernier e Thierry Frémaux gli hanno appena consegnato, al termine della II edizione del Festival dei classici del cinema, intitolato agli inventori del medesimo. Il riconoscimento (andato finora solo a Clint Eastwood) si unirà nello scaffale degli Oscar, quattro, due dei quali per la regia ricevuti per Qualcuno volò sul nido del cuculo e Amadeus, che ne ebbero tredici in tutto; all’Orso d’oro al Festival di Berlino per Larry Flint; al Gran premio della Giuria del Festival di Cannes per Taking Off; al premio al Festival di Locarno per L’asso di picche...

Signor Forman, chi ha scritto Il fantasma di Monaco?
«Vaclav Havel, quand’era presidente della Repubblica e s’occupava soprattutto di politica e diplomazia».

Uno presidente, l’altro capo del governo, i polacchi Kaczynski non arrivarono a tanto col film Katyn!
«Sì, non tutti i presidenti scrivono film… Con Vaclav ci conosciamo da quando lui aveva dieci anni».

E lei ne aveva...
«... Quattordici».

Racconti.
«Eravamo nel collegio per orfani di guerra».

Lei era orfano di deportati ebrei. Lui di epurati filo-nazisti. Nel 1989 lo scrisse su Rude Pravo, quotidiano comunista di Praga.
«Per la sua qualità, la scuola - in un castello del XV secolo - era ambita. Ci finivano figli di comunisti e capitalisti».

E la coabitazione?
«Era esplosiva. Ma nascevano anche amicizie».

Torniamo al film.
«Ho fatto sopralluoghi in Germania. A Berlino ho visto la prima cancelleria di Hitler. Ma là non la chiamano più così».

E a Monaco?
«La villa dell’incontro nel settembre 1938 è come allora. Hanno solo aggiunto un pianoforte».

Interpreti?
«Ho la disponibilità della Pathé, ma non delle tv. Per attribuire i ruoli, occorrono tutti i mezzi necessari».

Ha cercato in Italia?
«Sto cercando ovunque».

Carlo Ponti le finanziò Al fuoco, pompieri.
«Dopo averlo visto, rivoleva assolutamente i soldi».

E lei non li aveva più... Come finì?
«Claude Berri e François Truffaut comprarono i diritti del film, che divenne un successo, “nominato” all’Oscar».

E Ponti patì.
«Come le autorità cecoslovacche, che volevano un film edificante».

Qualcuno fu contento, a parte lei?
«I pompieri interpreti di loro stessi».

Pompieri masochisti?
«Come personaggi, forse. Ma io li avevo resi interpreti. E così vedevano il film dalla mia parte».

Veniamo a Ragtime. Prodotto da Dino De Laurentiis.
«Che, contro la mia volontà, ne tagliò mezz’ora!».

Lasciandone due ore e mezza, direbbe lui.
«E.L. Doctorow, autore del romanzo che ispirava il film, aveva l’ultima parola: contavo su di lui. Ma De Laurentiis aveva già opzionato il suo nuovo romanzo...».

... E Doctorow consentì. I produttori erano più furbi dei comunisti.
«Relativamente. Dopo la de-stalinizzazione, il condizionamento politico poteva essere eluso».

Prosegua.
«Dal 1956 il realismo socialista era auspicato, non imposto. E i miei film non solo costavano poco: vincevano premi all’estero».

E poi l’uscita di Al fuoco, pompieri coincise con la primavera di Praga.
«Sì, prima fu boicottato, il film fu poi tollerato dalle autorità».

Passiamo al condizionamento economico.
«Prova di precedenti successi, gli Oscar aiutano a eluderlo. Ma se a Praga nessuno badava al rapporto costo-benefici, oggi si guarda solo a questo».

E infatti lei gira poco.
«Avevo un film pronto, ispirato a un romanzo di Donald Westlake...».

Dal tono capisco che non lo vedrò.
«Infatti. La Fox voleva inserire due dei tre attori principali. Erano bravi, ma il personaggio femminile era d’origine pellerossa e l’attrice scelta non era adatta».

L’egiziano Omar Sharif funzionò come russo nel Dottor Zivago. Il messicano Anthony Quinn funzionò come greco in Zorba...
«Mi lasci finire. Dovevamo girare in Giappone. Una settimana prima le autorità locali volevano tali modifiche alla sceneggiatura da doverla rifare».

Queste autorità... Neanche Mozart ci andava d'accordo. Si riconosce in Amadeus?
«Nemmeno per idea. Anche questo film mi è stato tagliato. Ma la versione presentata al Festival Lumière è la mia».

C’è un potere che le piaccia?
«Quello del regista. Se sono io».