Dudamel gioca l’asso della Quinta di Mahler

Piera Anna Franini

da Milano

Il direttore d'orchestra Gustavo Dudamel è l'esuberanza fatta persona, d'una simpatia contagiosa pronta ad appianare il primo approccio con gli orchestrali di turno: immancabilmente più anziani di lui. È tanto minuto quanto vitale, un elfo, ha voglia di essere e di fare. L'istintività sudamericana che gli fa allacciare le stringhe delle scarpe in piena conferenza stampa, giocherellare con le dita durante le interviste a pioggia dei giorni scorsi e sistemarsi i pantaloni sul sacro podio della Scala, in musica fa i conti con la propensione al calcolo, all'analisi puntigliosa, alla scarnificazione del suono. Letture che sembrano scostarsi dalla personalità del direttore venezuelano che domenica ha debuttato alla Scala per l'ultimo concerto della stagione della Filarmonica.
Dudamel è una scoperta di Claudio Abbado che s'è adoperato senza risparmio perché questo ragazzo nato nel 1981 a Barquisimeto, fiore all'occhiello del sistema di scuole di Antonio Abreu, si facesse conoscere nel vecchio mondo. Da un paio di anni, oramai, piovono inviti importanti da ovunque, sollecitati da medaglie d'oro e segnalazioni a concorsi, da un fido sottoscritto, oltre che da Abbado, dai direttori Barenboim e Rattle. Si aggiunga, poi, il desiderio di discografici e di manager della musica di puntare su giovani talenti meglio ancora se provenienti - come direbbe il principe Filippo, duca di Edimburgo - da località esotiche.
Domenica, il pubblico della Filarmonica ha promosso appieno Dudamel che ritornerà a Milano in autunno per dirigere Don Giovanni di Mozart, continue le chiamate al proscenio. Serata che è stata l'occasione per un assaggio di Mozart con il Concerto K 453 affidato al norvegese Leif Ove Andsnes. Un Mozart che direttore e pianista hanno reso aristocratico, regale. Andsnes articola e ripulisce il suono che si fa perlaceo, salvo le ombre che si insinuano nel secondo tempo e oscurano il discorrere fra sé e sé del pianoforte. Di una fresca giocosità il terzo tempo consegnato da un pianista dove la facilità manuale si sposa con il gusto per lo scavo.
Dudamel ha poi giocato la sua carta vincente: quella della Sinfonia, la Quinta di Mahler, che gli guadagnò la medaglia d'oro al concorso Bamberger. Sulla carta, sembrerebbe più un test di incoscienza che di coraggio, di fatto propendiamo per la seconda ipotesi pur con le considerazioni del caso. La sua Quinta è tecnicamente, se non perfetta, di sicuro interessante, ha idee nuove, scaraventata in pieno Novecento. Idea chiarata fin dalla sigla di partenza, il ta-ta-ta-tàn della tromba, spolpata, ridotta a scheletro che poi trascina l'orchestra in un gioco beffardo. Le idee irrompono con il carico di insolenza. La dolcezza venata di malinconia dell'Europa a cavallo dei due secoli, cioè la culla di questa Quinta, viene spogliata d'ogni languore e irrequietezza e diventa un velo, rimandando a un qualcosa di irreale. È celestiale l'Adagietto, pudico, fatto di mezze tinte, con crescendi cui è vietato trovare una valvola di sfogo. Si evita rigorosamente l'affondo, soprattutto nell'area degli archi. Lettura che divide, ma cui va riconosciuta estrema coerenza e giustifica l'accendersi dei riflettori su questo ragazzo.