Due anime e un partito

Il Partito democratico ha una doppia anima e un grosso problema. La doppia anima è l’opposta visione del concetto di «famiglia» che non riesce a trovare una sintesi nel progetto fusionista tra Ds e Margherita. Il grosso problema è quello dei Dico, un provvedimento che, declinato nel suo vero significato, si legge come «famiglia gay». Scrivere una legge con la penna dell’ipocrisia conduce sulla via accidentata dell’errore e di errori, in questa storia, ne sono stati consumati troppi.
Il matrimonio (politico) tra Rosy Bindi e Barbara Pollastrini è sempre stato burrascoso, ma da ieri è clamorosamente in crisi. Da una parte il ministro della Margherita che non contempla la possibilità che possa esistere una famiglia diversa da quella naturale; sull’altra sponda del fiume la ministra (ci tiene ad esser chiamata così) della Quercia che invece ha in mente una famiglia non solo «allargata», ma addirittura «alternativa», i cui confini spaziano tra i generi e le abitudini.
Se il problema dei Dico fosse stato solo quello della vulgata ufficiale - cioè regolare i rapporti civili nelle coppie di fatto - il caos all’interno dell’Unione probabilmente non sarebbe mai scoppiato. Ma la disputa è su un altro punto: dare casa e status di famiglia alla comunità gay. Intendiamoci, nessuno mette in dubbio che i diritti delle persone vadano regolati, ma bastava una semplice modifica al codice civile per evitare il pantano ideologico e il pasticcio etico. Era il suggerimento - mite e ragionevole - che aveva dato il Cardinal Camillo Ruini, ma siccome quel consiglio proveniva dal porporato, nell’Unione ha prevalso l’anticlericalismo in luogo della ragione. Quei contorcimenti hanno prodotto prima un mostro giuridico, poi acceso la miccia della prima crisi di governo (fu Giulio Andreotti ad affondare l’esecutivo perché non condivideva quel progetto), poi una retromarcia di Prodi (la legge sui Dico fu fatta sparire dal famigerato memorandum del governo e insabbiata al Senato), poi un rilancio del disegno di legge sul tavolo da poker etico della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, infine una babele che dà lo stordimento, un accavallarsi di voci e un teatro dell’assurdo che ora è sotto gli occhi di tutti: ministri che parteciperanno al Family day del 12 maggio, ministri che sfileranno nella contrapposta manifestazione dell’orgoglio laico, ministri che rompono i patti e, di questo passo, arriveranno a lanciarsi perfino i piatti. Trattandosi di famiglia, il genere è quello della sceneggiata.
Non si tratta di un segnale di pluralismo e vivacità culturale, ma di uno spettacolo avvilente. In primo luogo per la stessa comunità gay che è stata prima blandita, poi illusa e infine tradita dalla sinistra «paladina dei diritti». Era stato lo stesso presidente della commissione giustizia del Senato, il diessino Cesare Salvi, tempo fa, a demolire il disegno di legge sui Dico. Noi possiamo solo ricordare che si pretende di fondare una famiglia per corrispondenza, con uno scambio di raccomandate. Diritti e doveri ridotti a una questione d’affrancatura. Ridicolo sul piano giuridico, inqualificabile dal punto di vista morale.
Se ancora vi fosse in questo Paese un Parlamento che funziona, maggioranza e opposizione dovrebbero collaborare per mettere la parola fine su questa pagliacciata, ma un governo prigioniero dei suoi fantasmi, combattuto tra il clericalismo degli uni e l’anticlericalismo degli altri, ostaggio del cattolicesimo democratico e del progressismo illuminato, sembra incapace di proporre una soluzione equilibrata, laica, libera.
Progettati per unire, i Dico finora hanno ottenuto solo il risultato di dividere. Perfino l’Unione di fatto tra la Bindi e la Pollastrini è naufragata e il risultato è davvero strabiliante: sono separate in casa del governo e condannate a convivere sotto il tetto del Partito democratico.
Mario Sechi