Due anni da ministro: tagli di nastri e nomine bloccate dalla Corte dei conti

da Roma

Si tralasci il carrierismo, le conversioni, il cinismo, lo snobismo e l’arroganza. Che resta da dire di Francesco Rutelli, come politico? Che ci ha provato.
Ma di Rutelli «grande amministratore» della cosa pubblica? Chi c’era quando il cosiddetto «Piacione» dominava il Campidoglio, ricorda tagli di nastri e interviste in tivù. Concerti al centro e il solito degrado a largo raggio. Se la memoria fosse svanita, si prenda ad esempio il periodo recente nel quale il Nostro si è insediato al ministero dei Beni culturali. Il più delicato e prestigioso dei Palazzi, visto che sovrintende alla tutela dell’unica risorsa nella quale l’Italia è il primo Paese al mondo. La legge rimpianta dai funzionari di via del Collegio Romano resta quella del ’39, cui Giovanni Spadolini nel ’75 dette in qualche modo forma ministeriale, ritagliando competenze per lo più dalla Pubblica istruzione.
«Due anni di governo della sinistra stanno portando a compimento lo smantellamento del ministero», è la frase che si sente più ripetere oggi in quegli uffici. Una débâcle vissuta un po’ come fatale, visto che nel corso dei decenni, piuttosto che nominare i dirigenti periferici (il 40 per cento delle sedi sono vuote), si è passati di riorganizzazione in riorganizzazione. Con un obbiettivo costante: aumentare le poltronissime al centro, specie quelle di Direttore generale, manager con stipendi da 140mila euro l’anno in su. Con l’ultimo ministro, però, la situazione sembra essere addirittura precipitata. Che dire? Lui ci ha provato. A tagliare nastri e a inventare spedizioni internazionali per finire sui tg. Sul resto, il decisionismo di Rutelli si è manifestato soprattutto negli ultimi mesi. Guarda caso, alle prime arie di crisi di governo. A dicembre, la nomina di 35 direttori generali con decorrenza primo gennaio. Ma la Corte dei conti lo scorso 18 aprile ha bloccato le nomine, riscontrando numerosi rilievi di procedura, ma anche di sostanza. In particolare, la designazione «non ha tenuto conto delle opzioni avanzate dai dirigenti, senza motivarne il perché». In soldoni, ha deciso il ministero dove mandare chi, e non si sa il perché.
Bazzecole, se confrontate alla frenesia che prende Rutelli quando si apre la campagna elettorale. Il 31 marzo il ministro inforna 216 nomine di ogni ordine e rango, con scelte che mandano in tilt la struttura interna. In Toscana, per esempio, viene nominata ad Arezzo la dottoressa Vittoria Garibaldi, storica dell’arte che per quattro volte ha provato il concorso di dirigente. Costante nei risultati: sempre bocciata. A tutelare le bellezze della Penisola amalfitana, le grotte di tufo eccetera, viene chiamata una specialista: l’architetto Anna Maria Affanni, già indagata dalla Procura di Latina, assieme a familiari, perché avrebbe trasformato un’antica grotta in villa. Speriamo che sia innocente. In Calabria, l’architetto Giuseppe Zampino, poverino: ancora alle prese con grane giudiziarie. A Roma viene promossa l’architetto Federica Galloni, responsabile della costruzione degli ascensori al Vittoriano, opera bocciata dal Consiglio superiore dei Beni culturali. Nomine che fanno imbufalire i funzionari interni, perché nella maggioranza dei casi si tratta di personale senza titoli. E che i sindacati (Uil, Cisl e Confsal) cercano di denunciare al pubblico ludibrio.
Ma il ministro non guarda in faccia a nessuno e si prodiga per la raccolta di voti a largo raggio. Talmente largo, che decide di far prendere quattro funzionari della Regione Sicilia, dunque di un’altra amministrazione, e farli «paracadutare» per motivi urgenti in regioni del Nord prive di dirigenti da anni. La questione è più semplice di quanto appaia: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia attendono da anni i dirigenti perché il ministero da anni non fa concorsi pubblici. Quando alla fine ne viene bandito uno, la situazione potrebbe essere tamponata, secondo legge, con incarichi temporanei ai funzionari interni. Inopinatamente, il ministero decide invece di prendere tre funzionari messinesi e uno palermitano senza titoli dirigenziali, se ne accolla i relativi stipendi più onerosi, e aspetta che si integrino e conoscano il territorio e la macchina ministeriale. Alla faccia dell’urgenza. Quando saranno utili a qualcosa, il risultato sarà deprimente per l’erario, perché i posti messi in bando tra gli aspiranti interni saranno già occupati dai quattro siciliani, e i quattro avranno aggirato la regola per la quale nei ruoli di dirigenza si accede solo attraverso concorso e resteranno in poltronissima. Peccato che la Sicilia non abbia riconosciuto al ministro la messe di voti sperata. Anzi, secondo i sindacati interni circa 12mila voti di centrosinistra avrebbero abbandonato il Pd. Un disastro e un fiasco. Anzi, un Franciasco.