Due anni di veleni sotto l’Ulivo

da Roma

Nella calda estate del 2005 non era solo il gioco del sudoku a imperversare sotto l’ombrellone. Anche le intercettazioni riguardanti le scalate ad Antonveneta, Bnl ed Rcs incontrarono il gradimento dei bagnanti. Ma quando apparve chiaro che le mire espansionistiche di Unipol, compagnia assicurativa delle Coop rosse, avevano una palese sponsorizzazione diessina, l’establishment margheritino e prodiano lanciò i suoi strali contro la Quercia.
«Se la politica non interviene tempestivamente rischia di aprirsi una nuova questione morale. L’esito può essere una rivolta populistica o il cinismo di massa», disse Arturo Parisi al Corriere il 4 agosto aprendo un dibattito che avrebbe tenuto banco fino a dopo Ferragosto. Il futuro ministro della Difesa si scagliò non solo contro Unipol, ma mise in discussione la nomina del ds Claudio Petruccioli alla presidenza Rai e, per cortesia nei confronti dell’ospite, ribadì che «il sistema dell’informazione deve rimanere autonomo».
L’allora presidente dei Ds, Massimo D’Alema, rispose a Parisi con un’intervista al Sole-24 ore difendendo Unipol. «È una favola quella dei due capitalismi», disse sottolineando che l’italianità delle banche andava preservata per non diventare «il Mezzogiorno d’Europa». Proverbiale il suo «E che cos’ha che non va Gnutti?». Il patto Rcs (editore del Corriere, ndr)? «Ma in quale Paese una società è controllata in quel modo?».
Le risposte non si fecero attendere. L’8 agosto, un altro centrista dell’Unione tirò uno sgambetto a Fassino, D’Alema & C.: il leader dell’Udeur Clemente Mastella chiese un «codice etico» e sempre al Corriere rivelò che Unipol-Bnl rappresentava «un consociativismo che non mi piace» auspicando che l’istituto romano non si trasformasse nella «Banca nazionale dei lavoratori», con chiaro riferimento alla matrice politica di Unipol. Quattro giorni dopo, il 12 agosto, fu sempre il quotidiano di via Solferino a pubblicare per primo i nomi di alcuni politici intercettati nell’ambito delle inchieste della Procura di Milano tra i quali il segretario dei Ds Fassino, il tesoriere Sposetti.
Il cerchio si chiuse il 14 agosto con un’intervista del presidente della Margherita Rutelli al Corriere. «Se gli utili vengono reinvestiti in operazioni spericolate come Unipol-Bnl è giusto criticarle e giudico importante che anche i Ds si mettano in grado di poterlo fare». La scalata, secondo l’ex sindaco di Roma, era «qualcosa che avveniva sotto il segno di legami trasversali e poco chiari».
Il Botteghino era costretto all’angolo nonostante Fassino ripetesse di «non accettare lezioni sulla questione morale». In realtà la Quercia visse la vicenda come un processo politico e come un tentativo rutelliano di egemonizzare l’Unione (il Pd due anni fa non era ancora stato concepito). E come in tutte le occasioni in cui Ds e Margherita litigano, Prodi godette. «Una vicenda esagerata», borbottò obbligando i due partiti a pedalare in armonia per la sua candidatura alle primarie. Anche perché sempre in quell’agosto si era aperto un dibattito sul «grande centro» iniziato da Mario Monti. Sono passati due anni, sembra oggi.