Due arresti per l’omicidio del polacco

I connazionali della vittima traditi da una macchia di sangue

Alessia Marani

In trappola uno dei presunti assassini di Sebastian Dlugosz, il clochard polacco di 35 anni brutalmente picchiato fino alla morte nella notte tra il 29 e il 30 ottobre scorso in piazza San Giovanni della Salle all’Aurelio. A inchiodarlo alcune macchie ematiche scovate dai carabinieri sui pantaloni indossati dall’uomo (L. M., coetaneo e connazionale di Sebastian), chiazze di sangue riconducibili alla vittima come appurato dagli esami del Dna da parte del Reparto investigativo scientifico dell’Arma. Libero, invece, un secondo indiziato del delitto, tale K. H., di 39 anni, per cui il Gip (giudice per le indagini preliminari) della Procura di Roma ha ritenuto non vi fossero elementi utili tali da lasciarlo in carcere in attesa del processo. Resta, dunque, rinchiuso a Regina Coeli solamente L. M..
Sui due, i sospetti dei militari del nucleo operativo di via In Selci si erano concentrati fin da subito. Sebastian, infatti, avrebbe condiviso proprio con gli altri due disperati il misero giaciglio alle spalle del supermercato «Intespar» dov’era stato trovato cadavere.
Non solo. Numerosi testimoni (fra cui il parroco di zona, Don Luigi) li avevano visti quasi sempre insieme, soprattutto nell’ultimo periodo. Un mese prima Sebastian era stato vittima di un altro pestaggio, per cui aveva riportato la frattura di un braccio e affrontato il ricovero in ospedale. Allora disse, però, di non conoscere i suoi aggressori. Stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, invece, il senzatetto sarebbe stato oggetto di numerosi episodi di minacce da parte dei suoi «amici», prima del tragico epilogo. Motivo del contendere i piccoli guadagni in monetine racimolati dal poveretto nella sua «attività» di parcheggiatore o «sistema-carrelli» nel parcheggio del centro commerciale. Soldi per i quali sarebbe scaturita anche l’ultima violenta lite.
Già quella domenica, i carabinieri avevano interrogato K. H. e L. M.. Erano stati loro, del resto, ad avvisare il 112: «L’abbiamo trovato morto al nostro ritorno, in queste condizioni», avevano tagliato corto. Ascoltati in caserma, i due hanno abbozzato un alibi a cui, finora, gli inquirenti non hanno trovato riscontro: «Abbiamo passato la notte e le 48 ore precedenti in un parco in compagnia di due donne», hanno affermato davanti ai carabinieri. Quale parco? Quali donne? «Non ricordiamo, siamo sempre ubriachi», si sono giustificati. Ma mentre parlavano, a un maresciallo non è sfuggita la presenza di una piccola macchia rossastra sui calzoni di L. M. che ha provato anche goffamente a pulirla con un dito. Attraverso l’esame di uno stick, i militari hanno potuto subito verificare che si trattasse di sangue. Il raffronto successivo al Ris col Dna del clochard deceduto hanno, infine, incastrato il polacco.