Due cuori di mamma a difesa di Riccò e Pantani

La madre del modenese: «Sono preoccupata per l'aspetto psicologico e per come Riccardo prenderà questa botta. Ha solo 24 anni…»

nostro inviato

a Digne-Les-Bains
Puntuale. Persino dalle ceneri del doping riemerge un'antica gloria italiana: il mammismo. Nella repubblica dei cocchi di mamma e dei mammoni, quando i cuccioli si cacciano nel pericolo le madri ruggiscono. Eccole ora in prima fila, fiere e indomite, per difendere i loro sfortunatissimi figli ciclisti. Elisabetta e Tonina, in nome e per conto di Riccardo Riccò e Marco Pantani. Tutte e due naturalmente davanti alla telecamera, perché è questo il nuovo confessionale dove il moderno mammismo riversa le sue pene. Una volta si andava dal prete, adesso sul Tg all'ora di pranzo.
La signora Riccò, fresca di choc, confessa grande apprensione: «Sono preoccupata soprattutto per l'aspetto psicologico, per come Riccardo prenderà questa botta. Ha solo 24 anni...». La signora Pantani, trascinata di nuovo nel vortice dagli inevitabili paragoni, scatena gli avvocati e urla di rabbia: «Basta con questa storia: ogni volta che succede qualcosa, tirano in ballo Marco. Ma è ora di finirla. Non c'è nessun legame con lui: in vent'anni di carriera, non l'hanno mai trovato positivo all'antidoping...».
Su quest'ultima faccenda si potrebbe obiettare che a Madonna di Campiglio l'ematocrito di Pantani sfondava il famoso limite di 50: allora non era doping acclarato, il corridore veniva fermato solo «a tutela della sua salute». Ma è sin troppo chiaro che si viveva ancora nel campo degli eufemismi, perché ancora la scienza non era in grado di riconoscere oggettivamente la presenza di Epo. Cosa che invece adesso avviene puntualmente.
Comunque, non è nemmeno più il caso di ripetere le stesse, stucchevoli, noiosissime beghette sulle parole. Resta lo spettacolo umano di due madri che obbediscono all'ancestrale richiamo di difendere in qualche modo, in qualunque modo, le amate creature dalla cattiveria del mondo. Bisogna starle a sentire perché sono mamme, e per noi mammoni le grida di una mamma addolorata sono come sacre e inviolabili preghiere.
Però, una volta concesso il doveroso omaggio del rispetto, possiamo anche sforzarci di superare un poco i sentimenti, aprendo realisticamente gli occhi, lasciando a loro l'amore cieco. Ogni scarrafone è bello ’a mamma sua, ma non per questo lo scarrafone dev'essere davvero bello per tutti quanti.
La signora Riccò, giustamente, si dice preoccupata per come il suo ragazzo affronterà questa prova pesante. Incombe ovviamente nei suoi pensieri, nelle sue prime notti insonni, lo spettro della parabola Pantani, iniziata in un certo modo e finita nel modo peggiore.
Diciamolo: ad un certo punto, una mamma non pensa più ai trionfi in montagna, ai titoli sui giornali, ai grandi guadagni. Al successo e alla popolarità. Mamma Riccò, come mamma Pantani, adesso rinuncerebbe a tutto pur di avere un normalissimo figlio garzone di panetteria, però sereno e felice. Ma a queste mamme d'Italia, con il massimo garbo possibile, bisogna pur ricordare una cosa elementare: sarebbe il caso, come pura prevenzione, di preoccuparsi sempre. Anche prima. Meglio prima.
La prassi attuale purtroppo è un po' diversa. Succede in tutti i campi della vita, quelli serissimi e quelli frivoli. Le nostre mamme vogliono i figli marines, ma senza missioni rischiose: li vorrebbero marines a Gardaland. Le nostre mamme vogliono le figlie in televisione, ma senza assalti di manager allupati e di vecchiardi bavosi: le vorrebbero veline a Lourdes. Così nel magico mondo dello sport: le nostre mamme vogliono i figli campioni, ma senza medici dopatori e possibilmente senza squalifiche umilianti.
È evidente: pretendono le cose migliori per i figli, ma non vedono - amore cieco di mamma - il prezzo che certi figli accettano di pagare. La signora Riccò ha ragione, mille ragioni, di preoccuparsi perché Riccardo non prenda la brutta piega che ha ucciso il povero Marco Pantani. Ma sia detto senza acredine, senza saccenteria, senza nulla di perfido: sia detto a puro titolo di esempio. Anche la scelta di un massaggiatore-consigliere in tenerissima età è qualcosa di cui preoccuparsi molto. Se il suo Riccardo, da anni, si affida allo stesso di Pantani, qualcosa deve significare, qualcosa deve smuovere, nei pensieri di mamma.
Dopo, a macerie fumanti, è tardi chiedersi troppi perché. Dopo, diventa irresistibile la tentazione di trovare nemici e scoperchiare complotti. Preoccuparsi prima è fatica: impone rinunce, spinge magari ad accettare un futuro anonimo, e oltre tutto non sempre basta ad evitare naufragi. Ma bisogna provarci, a preoccuparsi anche prima.
Tutto sommato, alle nostre mamme italiane, possono tornare utili le parole di un certo Marzio Bruseghin. Non è un pensatore neo-socratico: è un gregario ciclista, che nel tempo libero sta in mezzo agli asini. Dopo la vicenda Riccò, questa la sua frase lapidaria: «Inutile cercare tante scuse: ad un certo punto, ciascuno è artefice del proprio destino».