DUE DOMANDE AL CAPO DELLA DESTRA

Certamente la scelta di Gianfranco Fini di rompere con la Chiesa cattolica nel momento in cui essa, sotto la ferma guida del Cardinale Ruini e con l'aperto appoggio di Benedetto XVI si schiera contro il referendum proposto dalla sinistra, è un fatto storico. Per la prima volta il partito nato dalle ceneri della Repubblica sociale italiana sceglie di separarsi dal riconoscimento che risale al partito nazionale fascista, delle radici cattoliche dell'Italia e lo fa in una questione, quella della manipolazione degli embrioni, che, per natura sua, è una scelta significativa sul valore della vita.
Si possono comprendere le ragioni tattiche della prima scelta di Fini, quella di dichiararsi a favore del sì in tre referendum: era una rottura che si poteva spiegare come libertà di coscienza. Questa volta si tratta di molto di più, si tratta di una scelta ideale e morale che non può essere spiegata nemmeno con la coscienza individuale, neanche nel caso di un leader di partito. Fini ha voluto rompere con le radici cattoliche della tradizione missina motivate dall'identità nazionale, ha tenuto conto che l'Europa marcia sulla linea di Zapatero e ha di colpo modificato la figura del partito facendogli adottare la scelta che in tutti i Paesi d'Europa è una scelta che ha per centro la sinistra. L'astensione era stata voluta dalla Chiesa italiana come il mezzo più efficace per contrastare la modifica di una legge che Fini e il suo partito avevano votato in Parlamento, sicché l'astensione faceva ormai corpo con la scelta contraria ai quesiti referendari. Fini aveva già preannunciato il suo voto per il sì nei referendum sicché la critica all'astensione è una chiara scelta di campo. Con questo gesto egli ha assunto una responsabilità nella vittoria del «sì» ai quesiti referendari proprio mentre la Margherita sceglieva con Rutelli la via dell'astensione. Se perdesse il «sì» sarebbe uno sconfitto, se perdesse l'astensione un cattivo vincitore. Ha aumentato questo le sue possibilità di diventare il responsabile di una coalizione di centrodestra? Può divenire il leader del centrodestra un uomo che ha scelto di colpo, contro il suo passato e il suo partito, di giocare un ruolo determinante nella scelta referendaria?
Fini ha sempre avuto una credibilità maggiore di quella del suo partito ma non fino al punto di poter essere contraddittoria non solo con i valori fondanti di Alleanza nazionale ma con quelli stessi della coalizione di cui Alleanza nazionale è parte. Con questa mossa, ha compiuto un gesto di prevaricazione della leadership sul corpo del partito innanzi a cui persino la volontà di Prodi di rendere «prodini» tutti i componenti dell'Ulivo impallidisce. Prodi ha discusso e discute, Fini ha deciso da solo senza avere questa volta alle spalle una minima discussione nel partito. Il viaggio in Israele fu gestito in modo eccessivo ma corrispondeva a un problema aperto in Alleanza nazionale fin da Fiuggi. Il passare da partito cattolico a partito laicista è una scelta che non ha avuto dibattito né preparazione e obbliga tutti i militanti e dirigenti a dire il contrario di quanto dicevano prima o di dissentire pubblicamente dal loro leader. Ne viene una cattiva immagine di Alleanza nazionale, quella di un partito che può essere talmente prono alla leadership di opinione del suo capo da cambiare convinzioni a un solo suo cenno. Così Fini ha aggiunto ai problemi del centrodestra una contestazione della sua leadership in Alleanza nazionale, il che non era necessario o utile allo schieramento del partito della coalizione del 2006.