Due gol, il gruppo e l’orgoglio Così Catania esce dall’incubo

Dalla morte dell’ispettore Raciti la squadra era entrata in crisi. Ora si pensa al futuro, ma senza Marino

nostro inviato a Bologna

Oltre cento giorni nel tunnel, dal quale era sempre più difficile vedere la luce. Quattro mesi di peregrinare per l’Italia senza i suoi tifosi (10 le partite giocate lontano dalla polveriera del «Massimino», 8 delle quali a porte chiuse). Una squalifica, come ha sottolineato più volte il presidente Antonino Pulvirenti, che ha «pesato molto, perché il Catania si sente come chi ha pagato per tutti». Il crollo verticale in classifica, dopo un girone di andata valso 29 punti e un posto nell’Europa delle grandi.
Eccola arrivare la crisi, di identità, di risultati. Il giocattolo si era rotto, all’improvviso. Colpa, non unica in verità, di quella tragica serata in cui perse la vita l’ispettore Filippo Raciti. Le immagini choc dell’assalto alle forze dell’ordine fecero il giro del mondo e divennero il marchio indelebile di una stagione nata sotto i migliori auspici, tra elogi e complimenti, e poi diventata maledetta. Il calcio, dopo quella sera, si fermò per una settimana e la lotta antiviolenza si diede nuove regole più rigide. Per il Catania sembrava una discesa verso l’inferno senza ritorno, i fatti del 2 febbraio scorso erano diventati quasi un alibi per i miseri otto punti conquistati in quattordici partite. E il sogno di mantenere una A ottenuta meno di un anno fa, dopo un inseguimento durato 22 anni, pareva sfumare miseramente. I risultati cominciavano a essere deficitari: solo una vittoria prima di ieri a Udine, 68 gol subiti dalla difesa divenuta la più perforata del campionato. Il contraccolpo psicologico c’è stato, ma anche squadra e calciatori ci hanno messo del loro.
Ieri a Bologna, rivelatosi il campo del riscatto (quattro punti in due visite, con il pari inflitto al Milan) il colpo d’orgoglio di un gruppo che non voleva dare ragione a chi parlava di una retrocessione annunciata. «Sarà un caso, ma quando abbiamo ritrovato il nostro pubblico (erano ottomila al «Dall’Ara» pronti alla festa), è arrivato il colpo d’ala decisivo», sottolinea Marino. Il Catania gioca lo spareggio-salvezza con il Chievo quasi in apnea, con scarsa tranquillità almeno per un’ora. E se i risultati dagli altri campi non danno una mano alla sua squadra, Marino gioca le due carte vincenti: Rossini (per lui un anno tormentato con rivincita finale) e Minelli (al primo sigillo in A), entrambi in gol dieci minuti dopo essere entrati in campo.
L’ultimo regalo, quello più bello, che l’allenatore fa al Catania. Sì, perché sotto i riflettori delle telecamere, Marino annuncia l’addio. Le panchine di Parma o Udinese lo aspettano a braccia aperte. «Lascio perché è finito il mio ciclo. E non è una questione economica, penso di aver dato tutto il possibile. Ringrazio la società e il presidente, smentisco di avere problemi con il direttore sportivo Lo Monaco (ma qualche attrito c’è stato, ndr), quando rassegnai le dimissioni dopo l’1-4 subito dalla Reggina, i dirigenti le rifiutarono». Ma ora è il momento di chiudere il rapporto, in punta di piedi e con il sorriso sulle labbra. Ora, riacchiappata la A per i capelli, Pulvirenti (bravo a non cedere alla tentazione della giustizia ordinaria per sanare il contenzioso con la Figc) punta a varare una squadra per la ricostruzione. Che partirà appunto senza Pasquale Marino e che servirà a voltar pagina definitivamente. Sulla panchina etnea potrebbe sedere Silvio Baldini, tanti i giocatori che potrebbero cambiare aria. Ma la cosa più bella sarà ritrovare il calore della propria gente. E dopo 35 anni, alle pendici dell’Etna, si riassapora il gusto di una serie A salvata con le unghie e con i denti.