Due italiani su tre: Schifani ha ragione

Roma«Niente voto, la maggioranza è coesa e si va avanti». Il presidente del Senato, Renato Schifani, prende atto «con piacere» della dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sulla compattezza della squadra di governo anche perché, aggiunge Schifani, «la stabilità dell’esecutivo è garanzia di quella governabilità che vogliono i cittadini». Eppure era stata proprio la seconda carica dello Stato due giorni fa a gettare quello che più che un sasso era apparso un macigno nello stagno del centrodestra. «Se la compattezza della maggioranza venisse meno, il risultato è il non rispetto del patto elettorale» aveva detto. E «se ciò si verificasse - aveva aggiunto - il giudice ultimo non potrebbe che essere il corpo elettorale attraverso nuove elezioni». Non sembrava possibile ci fossero equivoci: niente sconti per i dissidenti interni. Quello di Schifani a tutti gli osservatori era suonato come un ultimatum a chi nella maggioranza aveva da tempo cominciato a divagare rispetto al programma di governo concordato prima delle elezioni, ovvero il presidente della Camera, Gianfranco Fini.
E che l’ipotesi si trattasse di un ultimatum vero e proprio fosse condivisa dai più lo dimostra il fatto che a crederci per primi sono stati proprio gli elettori del centrodestra. Un rapido sondaggio, realizzato «a caldo» dall’Istituto Ipr marketing, rivela che l’82 per cento degli elettori del centrodestra condividono l’appello del presidente del Senato, insieme con il 68 per cento dei cittadini in generale. Chissà se anche il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, attribuisce alle parole di Schifani il senso di un ultimatum come ha fatto la maggioranza degli italiani? Schifani avrà l’occasione di spiegarsi faccia a faccia con il capo dello Stato visto che lo vedrà a breve, forse oggi stesso, per un incontro in agenda da tempo.
Comunque un nutrito gruppo di italiani, il 69 per cento, ritiene quella di Schifani soltanto una provocazione «per riportare all’ordine gli alleati». Ma il presidente del Senato respinge pure questa ipotesi. Nelle sue parole di due giorni fa, assicura, non c’era alcuna volontà di provocazione. «Lungi da me - dice Schifani - l’idea di mandare moniti a maggioranza e opposizione». Ma allora? A chi si riferiva con quel discorso? A nessuno, garantisce il presidente del Senato, la sua era una speculazione astratta. «Ho sviluppato un ragionamento che vale per ogni democrazia bipolare - spiega -. Questa mia osservazione era in un intervento fatto ai giovani universitari e ho parlato in chiave generale ed astratta».
Una ipotesi d’accademia che però sembra aver colto nel segno almeno per quanto riguarda i sentimenti del popolo di centrodestra. Come mai in tanti hanno afferrato al volo un significato che invece Schifani assicura non ci fosse? «Gli italiani vogliono che si parli loro in maniera chiara e diretta - si schermisce -. Evidentemente hanno percepito che ho parlato in maniera chiara e diretta perché mi sono appellato ad un principio generale che vale per tutti i Paesi dove esiste un sistema bipolare: occorre rigorosa coerenza tra la scelta degli elettori e il comportamento della politica».
Insomma Schifani avrebbe fatto «bingo» senza volerlo, visto che il clima dentro la maggioranza appare rasserenato e lui stesso ora dice: «In Senato abbiamo fatto un grosso passo avanti: fra due settimane parleremo di riforme».