Le due Italie di Berlusconi e Prodi

Gianni Baget Bozzo

Lo svolgimento dell'azione governativa mostra più chiaramente la cultura politica del governo, il punto in cui si annoda l'intesa della sinistra antagonista con la sinistra ulivista. Si può definire la differenza tra il governo Berlusconi e il governo Prodi con una proposizione singolare: per Berlusconi, l'Italia è innocente, per Prodi l'Italia è colpevole.
Per Berlusconi, il problema fondamentale è stato quello di ridurre i termini dello Stato e garantire al massimo i campi di azione del singolo, fare della legge il quadro entro cui esistesse la più ampia possibilità di iniziativa individuale.
Per il governo Prodi, la società italiana è immorale, essa è fondata sul lavoro nero e sull'evasione fiscale, sulla immoralità diffusa. Accade così che il ministro dell’Economia possa parlare alla Cgil e ottenere il suo consenso, esprimendosi come Robin Hood: togliere ai ricchi per dare ai poveri.
Per Berlusconi la società produce il suo ordine, per Prodi produce il suo disordine. Per Berlusconi occorre riformare lo Stato, per Prodi occorre riformare la società.
Per il governo Berlusconi il punto di riferimento sono le iniziative produttive, le partite Iva, come disse anni fa Tremonti, compensate da misure sociali per i poveri.
Per Prodi esiste una forza sociale che ha in sé valenze etiche ed è il lavoro dipendente, che è espresso dai maggiori sindacati eredi dei partiti della prima Repubblica.
È singolare il diverso modo in cui Prodi tratta i diversi referenti sociali. Per i sindacati egli propone la concertazione e i sindacati offrono la codecisione. L'accordo è inevitabile e quindi il punto di intesa avverrà sulla base di un compromesso.
Ma, «al contrario», il governo parte dal principio che i ceti medi e le professioni siano eticamente disordinati e che quindi non devono essere consultati prima di emanare i provvedimenti che li riguardano. Devono trovare questi provvedimenti già fatti e, al massimo, poter intervenire per ottenere qualche cambiamento.
Se nel primo caso è essenziale che i provvedimenti vengano fatti di intesa con le confederazioni, nel secondo caso è questione di principio che i provvedimenti siano fatti con l'autorità del governo e solo con essa.
Il vero nodo politico delle liberalizzazioni è che esse sono state fatte per una decisione del governo, persino in modo curiosamente e singolarmente segretato. Non credo esista altro caso di governo che si riunisce di notte per prendere un provvedimento che non vuole negoziare.
È chiaro che nel governo Prodi esiste ancora la memoria della classe, la classe operaia. I sindacati della prima Repubblica sono come la memoria di essa. È del resto in questo modo che il comunismo vive nei Ds e nella sinistra antagonista come memoria: ed è la memoria a fondare l'identità.
Naturalmente per far vivere la cosa occorre cambiare dizionario: ma la classe operaia non è andata in paradiso come disse un celebre film, ma ha ancora i piedi sulla terra. Formalmente nella sinistra antagonista, materialmente in tutta la coalizione. Non è un caso che il discorso più marcatamente «antiricchi» venga fatto dalla Cisl nel suo segretario Bonanni.
Perché Prodi è la chiave dell'intesa? Perché Prodi è dossettiano, discepolo di un uomo che teorizzò che la Chiesa doveva essere la Chiesa dei poveri, don Giuseppe Dossetti.
L'elettore di centrodestra sentirà questo governo come un «grande fratello» e noterà con paura che esso vuole usare la giustizia fiscale per il controllo di operazioni bancarie sopra i millecinquecento euro.
Dalla cultura di Berlusconi segue il principio di libertà, da quella di Prodi viene quello di «coesione sociale», che è il nome dell'intesa tra governi e sindacati. Insomma, andiamo verso il controllo sociale pieno, figlio della memoria comunista dopo la fine del comunismo e della cultura cattolica di sinistra dopo la fine della Dc.
Con le nuove tecniche informatiche, il «grande fratello» è dietro l'angolo. Come sempre contro la libertà in nome della «giustizia».
Perciò gli elettori del centrodestra hanno votato Berlusconi: sentendo il fiato sul collo del «grande fratello». E ciò che è avvenuto dopo, con il governo Prodi, non fa che confermarlo.
Sulla coesione sociale e sul moralismo la sinistra antagonista e la sinistra ulivista possono ottenere un più sicuro consenso.
bagetbozzo@ragionpolitica.it