Due leader insieme in barca

«Correzione di rotta». È l’ultima parola d’ordine che circola sul ponte del vascello battente bandiera diessina. Le telefonate del capitano Fassino con l’armatore Consorte hanno messo sotto choc l’equipaggio che ora attende la data dell’11 gennaio per regolare i conti in una direzione in cui molti sperano e pochi credono. Fino all’altro ieri il bersaglio era lo skipper D’Alema con i suoi 18 metri di sufficienza, il leasing da 8mila euro al mese e il gioco dell’Opa sul tavolino dell’Ikarus, ma ora lo scenario è cambiato: «È stato colto Fassino, non D’Alema e se qualcuno nella Quercia pensava di approfittarne per marginalizzare la posizione di Massimo, ora deve rivedere la sua strategia» è la dichiarazione di un alleato che guarda con preoccupazione a quello che sta accadendo. La minoranza del fu Correntone si rianima e con Fabio Mussi fa sua la linea della «correzione di rotta, che chiederemo con serietà nella riunione della direzione», ma quello che immagina Mussi è cosa ben diversa da quello che pensano i timonieri della Quercia. Nessuna strambata perché «il partito è sotto assedio» e sì, ci sarà il messaggio da dare ai militanti, alla base in fermento, la riaffermazione di una «diversità» dichiarata (e assai poco praticata), ma niente di più. Fassino dal Messico fa sapere che «è il momento di aprire una riflessione» tanto che Cesare De Piccoli ne annuncia «la messa a punto». Resta il muro di ghiaccio tra Fassino e D’Alema dopo la seduta di autocoscienza (e un «tifoso» di troppo) di Vannino Chiti su Unipol, ma segretario e presidente ora più che mai «sono due uomini in barca» e bisogna tappare la falla per non affondare insieme. Peppino Caldarola, meno dalemiano di ieri ma sempre un diessino con la testa sulle spalle, dice: «Sull'innocenza di Fassino sono pronto a mettere la mano sul fuoco. Credo però che non bisogna chiudersi, anzi, il segretario dei Ds deve affrontare la vicenda a testa alta perché le stesse intercettazioni dimostrano che non c'è nessun tipo di coinvolgimento. Bisogna essere realisti e guardare il danno all'immagine. Siccome il problema può acuirsi nei prossimi giorni occorre riconoscere l'errore fatto in buona fede riallacciando un rapporto con gli iscritti ai Ds». Parole sagge che però rischiano di restare isolate perché la linea del vertice della Quercia sembra essere quella della «dichiarazione dello stato d’assedio». Bastava leggere le parole di un altro coordinatore della segreteria, Maurizio Migliavacca, per avere chiara la strategia: «Le vicende di questi giorni non mettono in discussione il comportamento morale e politico dei Ds e dei suoi dirigenti. Non parliamo di complotto, ma nessuno può negare che sia in corso una violenta campagna contro i Ds e i suoi dirigenti». Segue invito a ragionare «sul rapporto tra etica e mercato», cioè sui massimi sistemi e non sulla concreta materia del caso Unipol.
La tattica fassiniana del salto della linea maginot dalemiana sembra esser tramontata. La maggioranza ha alzato i cavalli di frisia e messo i sacchetti di sabbia: si combatte «per respingere l’assalto sul fronte interno - la Margherita - e quello esterno - i poteri forti che puntano alla liquidazione dei postcomunisti e al loro scioglimento nel Partito democratico» racconta chi conosce bene il Botteghino-pensiero. «In direzione assisteremo al ricompattamento della maggioranza, il leit-motiv sarà quello che alla vigilia delle elezioni bisogna serrare le file» spiega un profondo conoscitore delle reazioni pavloviane della Quercia. «Come al solito parlerà D’Alema e tutti ascolteranno in silenzio».
Fassino ha segnato la posizione con il sestante, ma non può permettersi di restare sui fondali bassi e irti di scogli dell’inchiesta Unipol, per cui dovrà guardare la bussola e tracciare la «correzione di rotta». Non una virata secca, ma una strambatina, tanto per mostrare agli alleati che il veliero ds non ha perso completamente la capacità di manovra. Romano Prodi sta alla finestra, tace (il suo silenzio insospettisce Carlo Leoni: «a non pochi sorge il dubbio che la precondizione per un partito democratico sia lo sfiancamento dei Ds») e aspetta il prossimo vertice dell’Unione per vedere le carte nautiche del segretario dei Ds. Probabilmente ci sarà la foglia di fico del codice etico e questo basterà (forse) per calmare la burrasca. Sarà una temporanea quiete dopo la tempesta, perché nella Margherita si guarda all’evoluzione delle inchieste con più realismo. «È troppo presto per dire cosa succede, a questo punto anche l’idea del Partito democratico resta un’ipotesi e forse si allontana. Bisogna capire quanto profonda sarà la crisi dei Ds» dicono gli uomini del partito di Rutelli. Il leader della Margherita è in vacanza alle Mauritius, ha dettato la linea del low profile (ambasciata a Lapo Pistelli: «tenere la palla bassa, bassissima, perchè siamo tutti sulla stessa barca»), ordine rispettato dai suoi luogotenenti. Messaggini e telefonate per ribadire che «non bisogna speculare su questa vicenda» ma neppure dare l’appoggio ai Ds. E infatti il silenzio della Margherita ieri risuonava come una campana a morto nelle stanze del Botteghino. A parlare chiaro ci aveva pensato in mattinata il quotidiano Europa con un commento dal titolo beffardo chiaramente riferito al telefonista Fassino («Cambiamo il significato di quel noi») e un tono da De Profundis per la Quercia, chiamata a spogliarsi di un anacronistico «mondo a parte» per entrare in «un soggetto politico rifondato e unito». Quale? Il Partito democratico disegnato da Paolo Mieli (Corriere della Sera), colorato da Ezio Mauro (Repubblica) e invocato da Carlo De Benedetti che del PD ha già opzionato la tessera numero uno. Un progetto senza «post-comunisti» che per riuscire aveva bisogno di un Fassino debole ma non troppo, più libero da D’Alema e meno attaccato alla linea del telefono con Consorte. Quel piano architettato fuori dalle segreterie ora è in bilico e all’interno della stessa Margherita si ammette «che l’idea di fare le liste unitarie incontra l’ostacolo degli interessi di parte e al Senato non c’è lo spazio per un accordo sul listone». Eppure «quella era la risposta alla debolezza dei partiti nei confronti dei poteri economici, una forza al 30 per cento si fa valere più che tre, quattro partiti del 7/10 per cento». Ragionamenti sussurrati nelle stanze dei bottoni e vecchi ritagli di giornale che volano da una scrivania all’altra, come quell’intervista di Arturo Parisi al Corriere della Sera che il 5 agosto del 2005 sollevava «la questione morale» e puntava «sull’accordo Berlusconi-De Benedetti e la scalata alla Rcs», la scalata Unipol e i Ds «che in nome del realismo hanno esitato nel farsi le domande giuste» e per soprammercato gettava un’ombra anche sulla nomina di Claudio Petruccioli alla Rai con «la confusione dei ruoli tra maggioranza e opposizione». Sembra trascorso un secolo e invece appena cinque mesi fa quell’intervista segnava sulla carta del Risiko gli obiettivi. È andata come sappiamo, l’Ingegnere ha fatto retromarcia ed è tornato a fare il king maker della sinistra, la scalata alla Rcs è tramontata, quella di Unipol su Bnl è congelata, i Ds sono nella polvere giudiziaria e a novanta giorni dalle elezioni ognuno fa regata per sé, ma senza vedere la boa del traguardo.