Due magie di Ibra e Messi e il pallone ritorna poesia

Lo svedese si è riscaldato calzando i guanti. L'argentino teneva le mani nude. Entrambi con le scarpe gialle, colore dei Simpson. Poi hanno dato fuoco al loro show, diverso e uguale, un dribbling, un passaggio, un'entrata maledetta, piedi bollenti per i poeti di una serata di football di quelle vere, finalmente. Ibrahimovic, il meno svedese degli svedesi, Messi, il meno argentino degli argentini, Zlatan passeggero milionario del mondo, Olanda, Italia, Spagna, Amsterdam, Torino, Milano, Barcellona, Lionel fedele alla casa catalana, quel contratto montessoriano scritto e sottofirmato a tredici anni su un tavolino di un bar.
Ibra ha tenuto la smorfia dura e ingrugnita prima e dopo il gol, sembrava giocasse una partita sua, contro il passato prossimo, recente, altri fogli aspri da aggiungere al suo libro di memorie, Messi ha sorriso davvero soltanto dopo quel rigore che l'arbitro tedesco, con tutto il suo spread superiore al resto d'Europa, ha voluto fargli ribattere. Sul primo aveva combinato una giocata da clown, arrestando di colpo, come un tanghista del paese suo, la corsa nervosa per poi calciare e così ingannando Abbiati che si era coricato dalla parte opposta ma il regolamento non consente la drittata perfida; il ballerino Lionel ha ripreso il pallone, lo ha appoggiato di nuovo sul dischetto, ha evitato la goliardata e ha scaricato il suo sinistro, una folgore intuita dal portiere rossonero che ha dovuto sentire anche il tuono. Ibrahimovic ha corso come mai lo avevamo visto in Italia e all'estero, le sue voglie erano le voglie del Milan ma se al posto di Egidio Robinho, un Calloni che parla brasileiro, ci fosse stato Pippo nostro, Inzaghi in cappotto e sciaguratamente in tribuna, le idee di Zlatan avrebbero avuto maggiore e migliore conforto. Messi si è limitato, per dire, a fare Speedy Gonzales, un topo tre le gambe dei milanisti, portando il panico.
Un duello vero, artistico, il football è questo, non un kamasutra tattico, non ripartenze e diagonali, è idea, è genio, è fantasia, è imprevedibilità, è sorpresa, è una sfida tra due grandi club che tali sono perché hanno grandi interpreti, basta leggere la loro storia, basta consultare gli archivi mettendo nel cestino i manuali del quattrotretrè e dell'intensità.
Ibra e Messi, cinque lettere a testa per disegnare l'identikit di due campioni, uguali e diversi, sodali e rivali, furbi e intelligenti, un gol a testa per un'ora e mezza di football, un film a colori in 3d senza bisogno di inforcare gli occhiali perché non c'è trucco, non c'è inganno, anche ieri sera, oltre il risultato resta il sapore dolce dello zucchero filato di Zlatan e Lionel. Il resto, quasi non li ha riguardati. Il resto erano altri che hanno giocato a pallone.