"Due mesi per reinventare Gm"

Nuovo tour americano per Sergio Marchionne. A Detroit, Washington e New York l’amministratore delegato di Fiat Group, preso dal presidente Barack Obama come modello vincente in funzione del risanamento di Chrysler, vedrà in questi giorni leader sindacali, membri del governo e banchieri.
A Marchionne, volato negli Usa insieme ad Alfredo Altavilla, responsabile delle alleanze internazionali del Lingotto, toccherà rimuovere i numerosi ostacoli costati al presidente di Chrysler, Bob Nardelli, la bocciatura del piano di rilancio da parte della Casa Bianca. I due gruppi hanno un mese di tempo per concludere l’alleanza e ottenere dallo Stato altri finanziamenti per 6 miliardi di dollari.
È indispensabile, in proposito, che Marchionne, punto di riferimento dell’amministrazione Usa per questa operazione, faccia innanzitutto ordine sul pesante indebitamento del gruppo di Auburn Hills: 7 miliardi di dollari verso le banche (è prevista la conversione in azioni del credito vantato nei confronti di Chrysler), 2 al fondo di private equity Cerberus e dell’ex socio Daimler, 4 nei confronti del governo e altri 10 miliardi verso il fondo sanitario «Veba» (anche in questo caso parte delle spese dovranno essere convertite in azioni). Priorità per l’amministratore delegato torinese è, dunque, quella di ridurre il più possibile il debito dei futuri alleati. Ma non è tutto: la task force guidata da Steven Rattner ha chiesto di modificare il punto della lettera d’intenti siglata da Fiat e Chrysler a gennaio, che prevede l’ingresso degli italiani con il 35% nell’azionariato della casa del Michigan. Secondo la nuova tabella di marcia sottoposta da Rattner a Marchionne, Fiat deterrà inizialmente il 20% delle quote, per crescere gradualmente fino al 49%. Fiat, in pratica, avrà il 25% una volta ultimata la prima motorizzazione frutto dell’alleanza, per poi arrivare, come ulteriore tappa, al 30% nel momento in cui sarà utilizzabile la piattaforma comune. Un altro 5%, arrivando così al 35%, contrassegnerà il traguardo del primo modello realizzato in comune. E avanti così. La controparte di Marchionne, in questa alleanza, sarà comunque lo Stato il quale, nel futuro consiglio di amministrazione di Chrysler, dovrebbe nominare alcuni uomini del Tesoro. Anche ieri, intanto, non sono mancati i commenti positivi dopo gli elogi di Obama a Fiat. Il premier Silvio Berlusconi ha affermato che «per tutti gli italiani l’intervento di Obama è un riconoscimento di modernità e di eccellenza; spero che il rapporto si concluda positivamente e che arrivino anche i finanziamenti necessari da parte del governo Usa e che noi possiamo essere coprotagonisti del salvataggio di un’azienda il cui fallimento porterebbe alla perdita di troppi posti, cosa che nemmeno gli Stati Uniti possono permettersi». E Luca di Montezemolo, presidente di Fiat Group: «Le parole di Obama sono un importante riconoscimento per tutte le donne e gli uomini che in questi anni hanno lavorato duramente per far tornare la nostra azienda forte e credibile nel mondo». Anche il settore bancario ha apprezzato quanto accaduto negli Usa. «Fiat - ha sottolineato l’ad di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera - è sicuramente motivo di orgoglio e di interesse sotto tutti i punti di vista». Mossa azzeccata, quella americana, anche per l’uomo che aveva portato Gm a Torino. «L’intesa con Chrysler è un’intelligente mossa tattica che consentirà a Fiat di presentarsi con una carta in più al tavolo delle trattative per una grande alleanza», è il commento dell’ex presidente del Lingotto, Paolo Fresco, dalle pagine del Foglio.
La Borsa, ieri, ha premiato il titolo Fiat il cui balzo è stato del 10,31% a 5,27 euro. Ignorato il taglio del rating di S&P. A preoccupare l’agenzia è la situazione legata alla liquidità del gruppo.