Due miliardi e mezzo per 41 uomini d’oro

da Milano

Cose di questo mondo. Perché non sono marziani i manager italiani. Anche se, a guardare nelle loro buste paga, può venire un leggero giramento. Di testa. Ma è tutto vero: negli ultimi 6 anni, cioè da quando è stato introdotto l’euro, le 40 maggiori società quotate in Borsa hanno pagato ai top manager compensi superiori al milione l’anno per un totale di 2.400 milioni di euro. Pari a oltre 4.600 miliardi di vecchie lire. Una cifra che è andata a un migliaio di top manager che guadagnano in un solo anno più di quanto un impiegato medio (26.384 di reddito) porta a casa in 37 anni di lavoro: una vita, e a malapena.
Il conteggio, che tiene conto solo dei dati di bilancio delle società quotate in Piazza Affari, riguarda amministratori e direttori, e comprende stipendi, premi (bonus), eventuali liquidazioni e le famigerate stock option, cioè quei diritti a sottoscrivere azioni della società a prezzi prefissati.
Le stock option entrano a far parte del compenso quando viene esercitato il diritto di acquisto (a prezzi di favore). Poi le azioni vengono cedute ai prezzi di mercato (molto più alti) e si genera una lauta plusvalenza.
Ma il milione di euro annuo del signor Bonaventura del Ventunesimo secolo non è che la base dei superstipendi. Da lì si può salire a livelli impensabili, fino ai 45 milioni portati a casa da Carlo Buora, al vertice dei gruppi Pirelli e Telecom nel periodo 2001-2006, pari a 7,5 milioni di euro di stipendio annuo. Un caso limite, ma fino a un certo punto: sono una ventina i dirigenti di banche e imprese quotate che hanno accumulato oltre 20 milioni di euro in 6 anni, a cui se ne aggiungono altri 21 che hanno superato quota 10. Insomma, 41 uomini che hanno avuto entrate superiori ai 20 miliardi di lire l’anno: per l’impiegato di prima gli anni necessari per un tale reddito salgono a 380. Ma non sono pochi neanche i 99 anni necessari a un dirigente o i 211 del funzionario-quadro. Non parliamo dei 461 anni dell’operaio medio.
L’impressione è quella di trovarsi di fronte ai nuovi bramini, i «bramini dell’economia» come li ha definiti un felice libricino di Henry Marchi già nel 2005.
Bramini perché appartengono a un gruppo sociale che «ha o pretende il godimento di determinati diritti e privilegi», proprio come una «casta», secondo la definizione dello Zingarelli. Bramini che vivono un’altra vita rispetto a quella dei comuni mortali. Prime, seconde ed ennesime case; yacht di proprietà, o in affitto a 50mila euro al giorno; e l’autista; e il personal trainer: tutte abitudini che poi è difficile perdere.
D’altra parte i top manager hanno la legittima pretesa, dovendo assumersi le responsabilità e reggere le sorti di società con migliaia di piccoli azionisti, di essere remunerati in misura eccezionale. Ma anche con il rischio, per la collettività, di confondere l’obiettivo personale con quello della creazione di valore per tutti i soci. Così le stock option possono indurre a gonfiare artatamente il valore aziendale.
Non a caso abbiamo assistito a drammi societari per le famiglie italiane (Parmalat, Cirio) e straniere (Enron, Worldcom) in barba a ogni controllo. Anche perché spesso i controllori (società di revisione, sindaci) sono bramini a loro volta. E il cerchio della casta si chiude. L’unico metro potrebbe essere quello di andare a vedere che cosa succede alle azioni delle società guidate dai bramini. Per esempio, nel caso di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, i suoi quasi 33 milioni in 6 anni trovano un riscontro nella crescita della capitalizzazione della società, salita di 3 miliardi nello stesso tempo (a Nagel, l’1,1%).
Alessando Profumo ha fatto crescere il suo Unicredit di oltre 23 miliardi, ricavandone 32 milioni (solo lo 0,14%), mentre Carlo Puri Negri, numero uno di Pirelli Re, deve rapportare i suoi 33,7 milioni con i 750 che ha creato per Pirelli Re (è il 4,5%).
Più difficile appare il caso del leader Carlo Buora: la Pirelli ha bruciato in 6 anni 3 miliardi di valore. La Telecom addirittura 14. Buora ha guadagnato 45 milioni. I suoi azionisti non saranno entusiasti.