Due modi diversi per raccontare il «disagio» della nostra epoca

La rassegna diretta da Ascanio Celestini si conclude con gli spettacoli di Giovanna Musso e della Compagnia della Fortezza

Laura Novelli

Giovanna Musso e la Compagnia della Fortezza di Volterra non sembrano avere niente in comune. Giovane autrice/attrice di talento, la prima. Solida ed importante realtà di teatro e carcere, la seconda. Ma forse non è un caso che, stasera, tocchi proprio a loro chiudere il festival «Bella Ciao» diretto da Ascanio Celestini con due spettacoli che, certamente molto diversi l’uno dall’altro, appaiono tuttavia attraversati da un filo rosso comune: la voglia di raccontare l’oggi scandagliandone il pesante carico di disagio, avidità e lacerazione.
In «Sexmachine», la Musso (diploma alla «Paolo Grassi» nel ’97, una bella collezione di esperienze successive e, quest’anno, il Premio dell’Associazione critici teatrali) è sola in scena: accompagnata dalla musica di Igi Meggiorin, dà voce e corpo a sei personaggi/prototipo del nostro Nord Est invischiati, ognuno secondo il tracciato del proprio vissuto, nel mondo della prostituzione. Ne emerge un ritratto sconsolato e controverso che, pur se sostenuto da toni leggeri, restituisce uno spaccato umano e sociale di rara intensità. Si impone invece per il suo carattere estremamente corale il lavoro «I Pescecani, ovvero quel che resta di Bertolt Brecht» che, scritto e diretto da Armando Punzo e recitato da una nutrita schiera di detenuti attori del carcere di Volterra, segna il ritorno a Roma della Fortezza (anni fa ci folgorò, al Valle, con i corpi scolpiti, le urla, la forza comunicativa de «I Negri» di Genet), artefice qui di un vivace cabaret anni ’20, ispirato alla drammaturgia brechtiana, già molto apprezzato da pubblico e critica nonché vincitore, l’anno scorso, del Premio Ubu. Brecht c’è, ma potrebbe anche non essere riconoscibile. Ed è questa la chiave vincente dell’allestimento: tradire la superficie dei testi che lo animano per ritrovarne, viva e attuale più che mai, la motivazione profonda. Il risultato si traduce in un varietà delle aberrazioni correnti, in una sfilata mascalzoni senza scrupoli, in una galleria degli orrori e terrori contemporanei. Tra musiche di stampo espressionista eseguite dal vivo e atmosfere cariche di energia, ecco alzarsi dal palcoscenico «un delirante grido di denuncia - spiega il regista - contro la folle malattia che sta ormai contagiando il mondo. Ingiustizia, prevaricazioni, arroganza e soprattutto sete di denaro e potere sono tipiche dei pescecani che stanno ormai divorando tutto».
I due lavori vengono proposti all’ex Istituto Luce (Piazza di Cinecittà 11) rispettivamente alle 21 e alle 23. L’ingresso è libero.