Le due piazze dividono Tripoli. Gheddafi: "Armerò il popolo"

Il Colonnello riappare e arringa la folla dei suoi fedeli: "Chi non mi
ama non merita di vivere". I miliziani sparano contro i contestatori a
Tripoli

Tripoli «Lotteremo fino a riconquistare ogni pezzo del territorio libico. Li sconfiggeremo come abbiamo battuto il colonialismo italiano» annuncia Muammar Gheddafi nella piazza Verde della capitale libica. Il colonnello si presenta con una specie di colbacco alla folla osannante che intona: «Solo Allah, Muammar e la Libia». Il cerchio sembra stringersi attorno a Tripoli, ma i sostenitori di Gheddafi hanno riempito la piazza con migliaia di persone e anche le vie laterali. La rivolta, però, arriva fino nel cuore della capitale in piazza Algeria, dove centinaia di persone, finita la preghiera del venerdì sono uscite dalla moschea urlando «Gheddafi è nemico di Allah». I miliziani con la fascia verde ed il dito sempre pronto sul grilletto sono intervenuti quasi subito sparando in aria e poi ad altezza d'uomo. Il cadavere di un manifestante, con un proiettile nella schiena, è stato portato dentro un palazzo e avvolto da un sudario.
Il colonnello ha fatto la sua apparizione nella Piazza Verde con le prime ombre della sera arringando la folla di sostenitori, tutti pronti, almeno a parole, a dare la vita per la guerra civile alle porte. «Possiamo respingere qualsiasi aggressione se necessario e aprire gli arsenali per armare il popolo libico. Assieme uccideremo chi protesta» ha tuonato Gheddafi dai resti della fortezza ottomana che domina la piazza. «Guardatemi, sono con voi per incoraggiarvi e salutarvi. Cantate, ballate e siate felici!» ha invitato il colonnello, che per la prima volta dall'inizio della rivolta è apparso in pubblico. «Non sono nè presidente, nè capo del governo, ma il popolo mi ama - sostiene -. Se c'è qualcuno che non ama Muammar Gheddafi non merita di vivere!». E cita pure il nostro Paese, ricordando con orgoglio di «aver recuperato la dignità del popolo riuscendo addirittura a farci pagare i danni dall'Italia».
I sostenitori del regime lo hanno atteso fin dal primo pomeriggio con caroselli di macchine e baciando ripetutamente i suoi poster davanti alle telecamere. Giurano di non volere la guerra civile, ma minacciano sfracelli. «Derna è in mano ad Al Qaida. Diciamo no ai terroristi e ad un Paese diviso. Voi giornalisti stranieri, a cominciare da Al Jazeera, raccontate un sacco di balle per aumentare la tensione» sostiene Eesam Ramadan. Gli fanno eco vecchi sdentati e giovani con gli occhiali alla moda. Alcune donne hanno portato i bambini con le guance dipinte di verde.
Altra musica poco più in là, alla moschea di piazza Algeria, che una volta era la cattedrale del Sacro cuore. La preghiera finisce verso le 14. Quando i fedeli cominciano ad uscire partono gli slogan. Giovani, qualche barbuto islamico e gente comune, cominciano invocando il nome «di Allah, l'unico Dio». E poi partono gli slogan della rivolta: «Gheddafi è nemico di Allah». E ancora: «I martiri sono amati da Dio». Qualche centinaio di persone, disarmate, sfidano il regime nel cuore della città. Sembrano voler marciare verso la Piazza Verde, ma arriva subito un fuoristrada dei miliziani di Gheddafi, che scrutano i dimostranti in cagnesco tirando fuori dai finestrini i kalashnikov. La manifestazione è accesa, ma pacifica. Ad un certo punto piombano dallo stradone principale altri miliziani con la fascia verde. La folla continua ad avanzare gridando slogan contro il colonnello. I primi colpi vengono sparati per aria, a ripetizione. L'improvvisato corteo sbanda e la gente grida: «Ci sparano addosso». Le fucilate di kalashnikov sono sempre più intense. Poi qualche colpo deve essere stato tirato ad altezza d'uomo. Tutti si nascondono nel primo portone che capita. Il cadavere di uno dei manifestanti viene portato dentro un palazzo. Un proiettile l'ha colpito e si nota la macchia di sangue sotto la schiena. Una ragazza è svenuta e ha una spalla slogata. La rianimano e la sistemano con una fasciatura di fortuna. Si era nascosta sotto una macchina, ma l'hanno presa a pedate e strattonata per tirarla fuori. «Non siamo drogati o gente di Al Qaida, ma persone normali che hanno deciso di protestare», spiega Mohammed, un professore.
Per Tripoli è stato un venerdì di passione con voci incontrollabili di armati che marciavano sulla capitale e scontri sanguinosi nei sobborghi. Alla sera, nel quartiere dell'ambasciata italiana, appaiono agli angoli delle strade gruppi di giovani in borghese. Sembrano sentinelle rivolte verso la Piazza Verde. Quando chiedo se sono poliziotti rispondono con un sorriso: «No di certo, siamo Shabab (giovani)», ma non spiegano da che parte stanno. Alla sera i governativi ci intimano di cambiare albergo, altrimenti non garantiscono la sicurezza. Ogni tanto si sentono raffiche di kalashnikov. Mentre sotto la pioggia andiamo ad un altro hotel, «più sicuro», il buio si illumina con i fuochi d'artificio, quelli veri, per festeggiare Gheddafi.
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