Due pittori «artigiani»

Una visita alle sale del Palazzo della Permanente a Milano rassicura - sia pure ingannevolmente - sullo stato della pittura in Italia. Si confrontano senza intenzione due artisti di generazione e di formazione molto diverse: Giuseppe Zigaina e Andrea Martinelli, l’uno nato a Cervignano del Friuli nel 1924, l’altro nato a Prato, in Toscana, nel 1965. Entrambi curiosi, amano la pittura con ossessione, fino al tormento della tela e della carne. Attraverso il confronto tra le loro esperienze si può intendere come si sia trasformata l’idea della pittura per chi ha deciso di affrontarla come un sublime artigianato senza eluderla.
In Zigaina il tormento e la necessità di fare i conti con le ideologie, sociali e pittoriche, con il comunismo, con la resistenza, con il cubismo, con il neorealismo, riuscendo ad essere poeta «nonostante», trovando il tono giusto per far sentire la propria voce anche attraverso i ricatti dell’impegno civile e del gusto stabilito dalle avanguardie. Quando Zigaina sfugge a questa rete la sua pittura si alza in un volo lirico di rarefatto misticismo, in una vera e propria estasi del colore, un’euforia della materia, l’acuto di un segno tagliente.
Dall’altra parte Martinelli, applicato al disegno come un monaco, senza debiti né limiti, senza scuole e maestri, senza ideologie e obblighi. Un artista completamente solo, guidato dal desiderio e dall’istinto, che ritrova nella propria storia familiare le ragioni, perfino oniriche, per trascrivere nel disegno e nella pittura una ossessione. Volti, volti di persone vicine, di familiari, di amici e, in particolare, con sapienti variazioni di dimensione fino a farla diventare gigante, la testa del nonno. Un soggetto già molte volte affrontato, ma adesso ripetuto fino all’astrazione con una ripetitività orientale come il grande esercito cinese.
Vedere allineate sulle pareti queste immagini così solenni, mai fotografiche, nonostante l’assoluta mimesi, attribuisce al pittore un rigore e una serietà da filosofo sottraendo la sua ricerca a qualunque vincolo del tempo e della storia per trasferirla in una dimensione metafisica. Le ragioni emotive, il dato scopertamente psicoanalitico che lega Martinelli all’immagine del nonno passano in secondo piano rispetto al trionfo, perfino compiaciuto, delle ragioni della pittura, ritrovata, riconquistata, non per dispetto e senza accademia. Martinelli non conosce altro linguaggio e, pure nello studio così rigoroso, esso gli riesce spontaneo, necessario, inevitabile.
Agli inizi del nuovo millennio quello che per Zigaina era stato un percorso a ostacoli doloroso e tormentato, per Martinelli diventa un grumo di dolore individuale sublimato nella pittura come in una teologia della liberazione. Ciò che accomuna i due pittori finisce così con l’essere una singolare condizione religiosa, non confessionale ma di metodo della visione. Il mistico e il razionale con il comune obiettivo di confermare l’esistenza di Dio. Ovvero della pittura.