Due secoli in un giorno solo

Il Settecento può essere inteso - storicamente - in due diversi modi, e avere in base a essi una diversa durata. C’è un Settecento breve, che arriva fino al 1789, ossia alla rivoluzione francese; e che è ancora caratterizzato da guerre di successione, minuetti dinastici, scambi o acquisti territoriali deliberati ignorando la volontà delle popolazioni interessate. E c’è un Settecento lungo che include la rivoluzione francese e l’inizio folgorante dell’epopea napoleonica. Avviene cioè nel corso del secolo un cambiamento di scena che la «restaurazione» tenterà poi di neutralizzare, ma che in realtà non lascia nulla com’era prima. Il 14 luglio in cui fu presa la Bastiglia influì sulla storia del mondo ancor più di quel 9 novembre di due secoli dopo in cui cadde il muro di Berlino.
Il ruolo dell’Italia, in questa successione d’avvenimenti, fu quello di non averne quasi nessuno. Nel senso che la penisola, con i suoi stati e staterelli, fu un’appendice mutevole delle grandi potenze, Francia, Austria, Spagna, Inghilterra (la Germania, dove emergeva potente e prepotente la Prussia di Federico II, era frantumata ancor più della nostra Penisola, la Russia e l’impero ottomano non erano protagonisti, e gli Stati Uniti rappresentavano una realtà remota). L’Italia viveva, sulla ribalta internazionale, di luce riflessa. Le Repubbliche marinare di Genova e Venezia erano in declino, i vari ducati e granducati (di Milano, Toscana, Modena, Parma e Piacenza) servivano a volte per sistemare il secondogenito o il terzogenito d’una qualche dinastia dominante, il Sud oscillava «tra Franza e Spagna, purché se magna», il potere temporale dei Papi era un macigno sul cammino dell’Italia come nazione. La cantavano i poeti, ma il sogno della sua unità apparteneva a un numero relativamente esiguo di coscienze illuminate.
Per gli altri - inclusi sovrani e ministri - tutto si riduceva ad ambizioni espansionistiche o a giuochi di potere. Basterà accennare, per avere un’idea dell’andazzo, ad alcune vicende che coinvolsero il Piemonte (e di riflesso la Sicilia e la Sardegna) nonché la repubblica di Genova. Dopo il sanguinoso confronto tra Francia e Austria per il trono di Spagna - le forze austriache furono guidate dal grande Eugenio di Savoia - i trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714) risistemarono l’Europa, e di conseguenza l’Italia. Il Duca Vittorio Amedeo di Savoia aveva, con il suo Piemonte, preso parte attiva al conflitto. Ed ebbe come premio il titolo di Re di Sicilia, con Sicilia annessa. Ma poi accadde che in un giro di valzer delle potenze dominanti Vittorio Amedeo perdesse la Sicilia, passata sotto la protezione di Vienna, e acquistasse la Sardegna. Non ne fu entusiasta, e lanciò l’idea di rinunciare non solo alla Sardegna ma anche al Piemonte - quando si dice il patriottismo di questi regnanti - per diventare re di Napoli e della Sicilia. Non ci riuscì, e in fin dei conti per la dinastia sabauda fu una fortuna.
Passiamo a Genova. Siamo nel 1743 e Carlo Emanuele, un altro Savoia, ha mire inappagate sul ducato di Milano, e si esibisce in una serie impressionante e divertente di rovesciamenti d’alleanze. Era provvisoriamente dalla parte dei francesi quando gli austriaci calarono su Genova che con i francesi si era schierata. Fu allora che fischiò, contro gli artiglieri austriaci, il sasso di Balilla, e un tumulto popolare costrinse gli invasori a sgomberare. La repubblica di Genova era afflitta dalle ribellioni della Corsica (che le apparteneva), guidate da Pasquale Paoli. Per trarsi d’impaccio i genovesi chiesero aiuto alla Francia, e la Francia di Luigi XV li aiutò a tal punto che ottenne, dietro versamento d’un sussidio, la tutela dell’isola. Dapprima provvisoria, quindi definitiva.
Ho indugiato su questi aspetti minori e magari meschini della storia d’Italia in quel periodo per chiarire - più e meglio che con un percorso fra guerre, trattati, accordi e disaccordi - la caratura locale e a volte familiare dei fatti d’Italia in confronto ai fatti veramente importanti d’Europa e del mondo. Unico elemento di portata veramente europea dell’Italia era il potere papale.
Questo fino al 14 luglio. Con i rivoltosi che irruppero nella Bastiglia irruppe nella storia d’Europa - e d’Italia, ma anche qui a rimorchio della Francia - tutta una nuova concezione delle strategie belliche, degli assetti sociali, delle gerarchie dinastiche. L’Italia ebbe, a imitazione della francese, la repubblica Cisalpina. Nella sistemazione napoleonica della Penisola il Piemonte non era più uno stato e nemmeno una regione italiana. Diventava un dipartimento francese. Ma fu per poco. Poi toccò proprio al Piemonte di fare l’Italia.