Due strade per far rialzare Malpensa

Non è certo il caso di vendere la pelle dell'orso prima di averlo
preso, ma negli ultimi quindici giorni le prospettive di Malpensa,
praticamente abbandonata dall'Alitalia il 31 marzo scorso, ci sembrano
molto migliorate

Non è certo il caso di vendere la pelle dell'orso prima di averlo preso, ma negli ultimi quindici giorni le prospettive di Malpensa, praticamente abbandonata dall'Alitalia il 31 marzo scorso, ci sembrano molto migliorate.
Due sono le novità che la riguardano: primo, l'assegnazione a Milano dell'Expo 2015, che rende ancora più assurdo il declassamento di uno scalo che, tra pochi anni, dovrà servire una buona fetta dei 30 milioni di visitatori previsti e lo rende sicuramente più appetibile per le compagnie straniere; secondo, il trionfo nelle elezioni di Silvio Berlusconi, che, ancora nella sua conferenza stampa di martedì, ha riaffermato la volontà di rilanciare Malpensa, e della Lega, che ha addirittura messo il salvataggio dell'hub varesino tra le sue priorità. Il problema è ora di stabilire come potranno essere conseguiti questi obbiettivi, tenuto conto che molti voli intercontinentali della ex-compagnia di bandiera sono già stati trasferiti a Fiumicino (peraltro, com'era facile da prevedere, con una drastica perdita di passeggeri del Nord che, magari anche per ripicca, hanno optato per altre compagnie ed altri hub), che il numero degli utenti è già diminuito di un quarto e che molti dipendenti sono ormai in cassa integrazione.
Le soluzioni possibili sono, sostanzialmente, due. La prima: benché Alitalia sia ormai con l'acqua alla gola, Berlusconi riesce a mettere insieme, magari usando Air One come riferimento tecnico, la cordata italiana in tempo utile per evitare il commissariamento e si nomina un manager con pieni poteri che elabori un nuovo piano di salvataggio comprendente la salvaguardia di Malpensa.
Ma attenzione: per fare questo senza perpetuare i pazzeschi passivi della compagnia, sarebbe necessario trasferire a Nord - che piaccia loro o no - un buon numero di piloti, di assistenti di volo e di addetti alla manutenzione, mettendo fine all'attuale sistema romanocentrico che è all'origine del buco di 200 milioni l'anno imputato all'hub varesino. Lo stesso ragionamento nel caso l’acquirente fosse Aeroflot. Due: la soluzione nazionale non si materializza in tempo e si prosegue, ma con ben altro vigore e ponendo condizioni precise, la trattativa per la cessione di Alitalia ad Air France. In questo caso si possono ipotizzare due ulteriori varianti: si procede a una vendita parziale, mantenendo una forte percentuale di capitale italiano che tuteli l'interesse del nostro turismo e della nostra imprenditoria ad avere i collegamenti di cui un Paese comel'Italia non può fare ameno. Osi cede la compagnia ai francesi,masenza i diritti di scalo nei Paesi con cui esistono accordi bilaterali che l'Alitalia detiene in quanto compagnia di bandiera e che i francesi pretendono di mantenere, tagliando così le ali a Malpensa.

Questa liberalizzazione, molto caldeggiata dal presidente della Sea, Giuseppe Bonomi (uomo, non dimentichiamolo, vicino alla Lega), permetterebbe a Malpensa di aprirsi a tutti, diventando magari l'hub europeo di una delle grandi compagnie asiatiche.