In due sul divano per arredare un romanzo

Delbecchi: «Negli anni ’90 andare a Corsico era come visitare il Cenacolo». Gungui: «È il simbolo del XXI secolo»

L’idea è quella di passare qualche ora all'Ikea con due scrittori milanesi che parlano di Ikea.
Perché, casomai non ve ne foste accorti, l'Ikea ha traslocato anche nella narrativa.
D'altra parte, scrivere romanzi che parlano di Ikea sembra una di quelle idee pubblicitarie che vengono a chi si occupa del marketing Ikea.
E invece è venuta a un giornalista, Nanni Delbecchi, e a un giovane scrittore, correttore di bozze e aiuto-cuoco, Francesco Gungui. «Ma in tempi diversi e con contenuti del tutto diversi», ci tengono a precisare all'unisono mentre cerchiamo di azzeccare la rotonda che permette di fare l'inversione che da Milano porta all'ingresso dell'Ikea di Corsico. Qui sbagliano sempre tutti, ci diciamo scambiandoci uno sguardo d'intesa.
Invece superiamo la prova ed entriamo nel parcheggio deserto: sono le nove e tre quarti del mattino di un giorno feriale, l'unico momento in cui questa visione è possibile. «Perché ormai l'Ikea è diventata come la Coca Cola, un grande logo globale che fa parte della vita di tutti», racconta Delbecchi, che ha fatto dell'incontro con Ingvar Kamprad, fondatore della catena svedese, il perno per un esperimento di fiction sulla scia de Il diavolo veste Prada. «A Milano, invece, è arrivata prima che nel resto d'Italia, nel 1989. Per i milanesi fu un evento e per chi veniva da fuori divenne ancora più attraente. Andare a vedere l'Ikea era meglio che andare al Cenacolo. Gli amici trentenni che dovevano arredare casa arrivavano qui e volevano vedere quell'astronave che veniva da un altro mondo». Ormai invece per i milanesi siamo alla quarta generazione di arredo Ikea e alle aste on line si trovano le Billy vintage.
Ci fermiamo un secondo davanti a una diecina di Ektorp, prima di iniziare quello che Gungui chiama il «giro classico»: la parata dei divani, poi i vari ambienti arredati, dall'ufficio alla camera dei bambini. E, prima di passare al piano di sotto con le grandi corsie self-service dei mobili self-made, un caffè o un piatto di inconfondibili polpette svedesi.
Né Gungui né Delbecchi vengono spesso all'Ikea, o almeno così vogliono farmi credere: «A me piace venirci qualche volta la domenica pomeriggio - esclama Gungui estraendo degli Knipsa da un Expedit - quando qui si trasforma in un girone dell'Inferno». «Tornavo di continuo quando stavo scrivendo il libro - confessa Nanni mentre testa la morbidezza di un Klippan -. Volevo assorbire l'atmosfera.
E infatti guardando i milanesi che approdano qui in massa ho capito: la filosofia protestante dell'Ikea ha spaccato il totem mediterraneo del corredo».
Gungui si sdraia su una Poang, proprio accanto a una serie di Billy e conferma: «Tutto quello che prima era durevole, come i mobili, è diventato take away, usa e getta. Proprio come nella vita della mia generazione. Vado, compro a poco prezzo e so che potrò cambiarlo quando voglio, senza sensi di colpa. Prendete per esempio una piazza e mezza: è la misura perfetta per la relazione flessibile. Il simbolo del ventunesimo secolo».
Mi preparo ad appuntarmi la spiegazione sul foglietto «Prendi nota degli articoli che hai scelto» con una delle solite matite nane: «A Milano i single hanno tutti il letto da una piazza e mezza: quanto basta per dormire qualche notte con la tua lei o il tuo lui e per non sentirsi tristi nel lettino singolo. Ma insufficiente e deterrente se il partner vuole trasferirsi da te per un tempo troppo lungo», rivela Gungui mentre si dà una controllatina passando davanti a un Hovet.
Armati di borsoni gialli, cataloghi e matitine, entriamo nel bar ristorante: sono le undici e di polpettine non se ne parla. Vada per un caffè, italiano. Con un nome comprensibile, a differenza del resto, come chiosa Gungui davanti alle casse: «All'Ikea ogni piccolezza ha il suo nome proprio. Guai a chiamare un cuscino "cuscino". Suscitereste l'ira dei commessi».