Due uomini d’arte in guerra per il successo

Una produzione Cattleya basata sul conflitto tra generazioni: un critico (vecchio) contro uno scultore

da Roma

Un regista che riesce a rendere bella persino l’Ara Pacis, ridotta a una pompa di benzina dall’architetto di Rutelli, Richard Meyer, è degno di lode. Un artista, che parla in modo letterario dell’arte, scavando a fondo nella palude dei più neri sentimenti umani e spinge a recitare un idolo per ragazzine, noto solo per i suoi occhi, è maturo. Così Sergio Rubini, cinquanta film da attore e dieci da regista, irrompe nella cinescena italiana, abituata ai cliché, e narra il nuovo, per forme estetiche e ambientazione, e insieme l’antico, per quel conflitto tra generazioni, che vede il carismatico professor Lulli, critico d’arte influente (Sergio Rubini) rubare l’anima, dunque la vita, allo scultore di provincia Adrian (Scamarcio), agli occhi dello studioso reo d’avergli sottratto la pupilla Gloria (Vittoria Puccini), esperta d’arte e sua amante all’età di sedici anni appena. Se l’artista si mette insieme al critico in tubino optical (il film ha il look dei modaioli anni Settanta), promettendole figli a volontà, per la gioia delle adolescenti, avide di Scamarcio nudo e maschio, quando sfila la cinta dei pantaloni con virile sicumera, sarà diavolo e acqua santa. E cosa ci sarà, di più possente, d’una manipolazione artistica e umana, operata da Lulli ai danni della giovane coppia, nata dalle ceneri del proprio Pigmalione? «Le due figure maschili sono speculari: al centro del conflitto c’è il successo, ma non quello della tivù. Si tratta d’un successo nobile, dell’essere riconosciuti per ciò che si vale», spiega Rubini, sperequato, al lancio del suo film, rispetto alle questioni oziose, tese come trappole e sovrastante, in questo suo giallo romano (con venature berlinesi) rispetto ai comprimari, pur validi (tra essi, Paola Barale, al suo esordio nel cinema e il figlio di Luciano Salce, Emanuele). Se la Puccini gioca bene, con un espressionismo di maniera, il ruolo del Giano bifronte in corpo da sirena (al suo secondo nudo con Rubini, dopo Tutto l’amore che c’è, del 1999, l’interprete fiorentina pare una statuina neoclassica, eventualmente gradevole a Leni Riefenstahl), mentre Scamarcio piange per amore e soffre per arrivismo, Rubini cuce intorno a sé l’ossessione del doppio, quel «Doppelgaenger» a lui caro, dopo anni di analisi. «I film sul mondo dell’arte non vengono bene, né qui esprimo un’opinione sull’arte contemporanea. La madre di Scamarcio dipinge, il mio papà capostazione dipingeva per hobby, così ho optato per l’ambientazione artistica. I critici si arrabbieranno? Ben venga», commenta il cineasta, pugliese come Scamarcio, al quale sostiene d’aver «succhiato l’anima».
In effetti, l’arte è una presenza muta, ma visivamente palpitante, in questa singolare produzione Rai Cinema e Cattleya, che ha il pregio di offrirci una Roma rarefatta e fredda, con la consulenza di Gianni Dessì. Le musiche colte di Pino Donaggio e il vitalistico finale rock rafforzano questo Colpo d’occhio del quale si discuterà.