Le due versioni sulla morte di Allende

Il Giornale del 12 settembre riporta un ammonimento di Bobo Craxi: «L’11 settembre 1973 un golpe rovesciò il governo del Cile e Salvador Allende fu ucciso. Noi non lo dimentichiamo». Ma le cronache del tempo non dissero che si suicidò sparandosi con un mitra regalatogli da Che Guevara?


Bé, forse involontariamente - anzi, di sicuro involontariamente perché mi pare che il ragazzo non sia ferrato in materia e proceda per luoghi comuni - Bobo potrebbe averla detta giusta, caro Franco. Non prendendo nemmeno in considerazione quella fasulla, alla quale non crede più nessuno salvo Bobo, e cioè che Salvador Allende sia caduto da eroe in combattimento, colpito da palla nemica mentre difendeva il palazzo della Moneda (e tutto questo mentre era in corso un cessate il fuoco, momento poco indicato per fare, appunto, fuoco), due sono le versioni sulla fine del presidente cileno. La prima è che si suicidò sparandosi, con il kalashnikov regalatogli da Fidel Castro, alla testa. Circostanza, questa, resa nota dal medico di Allende, Danilo Bartulìn, presente - a suo dire - al momento del fatto («Vidi la parte superiore della calotta cranica - raccontò - volare verso il soffitto»). La seconda delle versioni - quella esposta da Alain Ammar nel libro Cuba Nostra - Les secrets d’Etat de Fidel Castro, nel quale riporta le testimonianze di due agenti segreti cubani, Juan Vives e Daniel Alarcón Ramírez (uno dei tre sopravvissuti alla guerriglia in Bolivia del Che Guevara) - vuole invece che Allende sia stato ucciso. Però non dalle forze che assediavano il palazzo presidenziale, ma da mano amica. La storia è questa: Castro, che non stimava Allende ritenendolo un pavido, aveva saputo da Augusto Olivares, l’uomo che gli aveva messo al fianco, che ove la situazione fosse precipitata il presidente cileno aveva predisposto di rifugiarsi nell’ambasciata svedese a Santiago. Il Lider Maximo si affrettò allora a inviare ad Allende, dicendogli naturalmente che lo faceva perché preoccupato per la sua incolumità, sei «gorilla» capeggiati da un agente dei servizi segreti, Patricio de la Guardia. Il quale aveva l’incarico di «intervenire» se Allende avesse, nel caso, messo in atto i suoi propositi di fuga. «Se lui doveva morire, doveva farlo da eroe», confidò Juan Vives riferendo il pensiero di Castro. «Qualunque altra fine vigliacca o poco valorosa sarebbe stata pericolosa per la lotta in America Latina». Ed è quel che successe l’11 settembre del 1973. Salvador Allende, consapevole che ormai tutto era perduto, chiese e ottenne dalla Giunta militare un breve cessate il fuoco. Ufficialmente per stabilire i preliminari della resa, ma in realtà per avere modo e tempo di lasciare la Moneda e trovare rifugio nella sede diplomatica della Svezia. «Bisogna arrendersi! Bisogna arrendersi!» seguitava a ripetere ai suoi (mentre alla radio aveva promesso che «Permaneceré aquí en la Moneda inclusive a costa de mi propia vida», resterò qui anche a costo della mia propria vita) e fu allora che Patricio de la Guardia comprese che era giunto il momento di fare ciò per cui era pagato. Afferrò Allende, lo trascinò nel suo ufficio facendolo sedere dietro la scrivania: «Un presidente muore al suo posto!» gli urlò prima di esplodergli contro l’intero caricatore. Fatto ciò, si ricongiunse con gli altri cubani presenti nell’edificio e approfittando della tregua d’armi corse a rifugiarsi nella propria ambasciata. Sa come recita il proverbio, vero, caro Franco? Dagli amici mi guardi Iddio...