Due violinisti russi s’inseguono con Bach

da Milano

Che cosa bella e rara, un'idea e la qualità insieme. E che orgogliosa soddisfazione sapere che si siano unite per uno scopo culturalmente nobile: un concerto a favore del Comitato Negri Weizmann, uno degli Istituti di Ricerca scientifica più prestigiosi del mondo. L'idea era questa: mettere a confronto e poi insieme due violinisti tra i più virtuosi ed in vista. La qualità veniva dal fatto che i due erano i famosi russi Leonidas Kavakos e Maxim Vengerov, con la Filarmonica della Scala affidata a Dmitrij Kitajenko, con i concerti di Beethoven e di Brahms e con quello a due violini di Bach. Vengerov è un volto sorridente, da persona perbene. Nulla di divistico, e nulla di sussiegoso. Suona. Gli piace. A volte suona così piano che sembra farlo solamente per sé, senza lasciarsi sfuggire qualche suo segreto, escludendoci quasi dalla comunicazione fra Beethoven e lui. Comunicazione fitta, sottile. Il direttore spolpa l'orchestra, lavorando a tempi lenti. Il violinista offre a momenti percezioni sottocutanee. È un modo estremo di mettere alla prova la struttura, elementare, come di romanze organizzate in concerto. Dal podio, gesti minimi, il concedere ondate di fraseggi, il piluccare timbri e colori, il provocare pizzicati. Più che a Bonn, terra nativa di Beethoven, o a Vienna, sua città di elezione, sembra d'essere a Mosca o in giro per la Russia. Ma la bravura è tale, che accettiamo volentieri un poco di turismo.
Kavakos è più alto, occhiali, quasi una frangetta trascurata sulla fronte, impaziente, agitato. Se sapesse volare, sembrerebbe creato da Chagall. Anche lui ha le sue discontinuità di linea, o meglio ci sono stasi e furie in una logica ben lontana da Amburgo, ed anche lui qualche finezza sussurrata, ma in genere è più estroverso e grintoso. Anche lui suona benissimo. I due si uniscono per Bach. Un gruppo compatto d'archi, come Bach non avrebbe mai pensato, si ferma ad accompagnarli, con passione e colore. Dalla tonalità di «Re maggiore» che accomuna i due concerti precedenti, e che, anche a chi non sa diagnosticarla, in questi casi rimane nelle orecchie, passiamo a «Re minore», è il BWV 1043, terzo capolavoro della serata. Ma non scende maggior malinconia o un più composto eloquio. S'apre invece, d'una sua luce un po' pulviscolare, uno spazio quasi fisico, che ha una sua forza e una sua pace di grande suggestione.
La gente chiede il bis. Decidon di ripetere l'adagio. Con gesto come improvvisato, e quasi con affettuosa ironia, il direttore chiede ai due di scambiare i leggii. Ora si inseguono, nel perenne rincorrersi di Bach, a parti scambiate. Si divertono. Due facce diversissime; e chi è a sinistra guardando il palcoscenico intravede anche l'espressione divertita e orgogliosa del direttore che li guarda, gli altri solo la chioma bianca e i rari cenni all'orchestra. C'è anche un po' di commozione; come a un giro d'onore dopo una corsa vinta.