Le due vite di Malle, il francese che fuggì in America

Poteva diventare architetto o musicista. Invece, all’età di 12 anni, impugnò la cinepresa 8 millimetri del padre e incominciò a investigare sulla realtà filtrandola da un inedito punto di vista. Dedicato agli appassionati della settima arte che ignorano l’influenza che il documentario ebbe nella cinematografia di Louis Malle, il Filmstudio 1 e 2 dal 3 al 27 gennaio dedica all’autore di Atlantic City, Un soffio al cuore, Il danno, Pretty baby, Zazie nel metrò, Viva Maria!, Au revoir les enfants (in italiano Arrivederci ragazzi) e Lacombe Lucien una lussuosa retrospettiva. Ben ventidue titoli della cinematografia di Louis Malle, compresi tre inediti: Crazéologie (breve saggio di diploma di stampo ioneschiano), Vive le Tour (gustoso mediometraggio sulle fatiche dei ciclisti al Tour de France) e Close up (ritratto confidenziale e intimo di Dominique Sanda).
La rassegna, organizzata da France Cinéma-Associazione François Truffaut, è curata da Françoise Pieri e mette in primo piano i documentari di un autore d’avanguardia, poco amato in patria (i Cahiers du Cinéma non gli perdonarono mai il successo e la sua sete di indipendenza) che nel 1957, dopo una breve esperienza come assistente di Robert Bresson, giocò d’anticipo sulla Nouvelle Vague esordendo con Ascensore per il patibolo. Prima di questo noir originalissimo, che fece decollare la carriera di Jeanne Moreau, Malle aveva già realizzato un corto (Station 307) e un paio di documentari girati nel 1955 a bordo della Calypso, l’imbarcazione di Jacques-Yves Cousteau: La fontaine de Vaucluse e Il mondo del silenzio vincitore della Palma d’Oro a Cannes.
«Stare per tre anni con Cousteau è stata vera scuola di cinema - confessa Malle in un’intervista pubblicata sul bel catalogo-saggio edito da Aida realizzato da Aldo Tassone - io ero un maniaco della pesca subacquea, tuffarmi era la mia vita. Sono persino riuscito a immergermi per filmare l’Andrea Doria, ma siccome ero raffreddato rischiai di perdere un timpano. Da allora purtroppo ho dovuto smettere».
Un regista colto e ribelle, Malle, borghese e curioso, amante delle donne e dell’Italia («il vostro cinema? È figlio di Giotto e Monteverdi»), ma soprattutto un autore intuitivo e politeista che nel 1967, presagendo i venti rivoluzionari europei, rimase sei mesi in India tra le bidonville per girare Calcutta: primo tassello di un documentario lungo sette ore, intitolato L’India fantasma, che Malle considerava la sua opera migliore. «C’è più finzione nella realtà che nel cinema di finzione», era il suo credo.
A 45 anni, stufo del cartesianesimo parigino, emigrò negli Stati Uniti, dove iniziò il secondo capitolo di una carriera interrotta prematuramente il 23 novembre 1995, quando morì all’età di 63 anni mentre si preparava a girare, a Cinecittà, un film su una giornata particolare di Marlene Dietriech - proprio con un film americano Vanya sulla 42ma Strada. A detta di Peter Brook «il più bel film sui rapporti tra cinema e teatro».
Proiezioni in lingua originale con sottotitoli e in italiano. Per il calendario consultare il sito www.filmstudioroma.com (Via degli Orti d’Alibert 1/c, info 0645439775)