Duelli imbalsamati

Sento parlare da ogni parte del dibattito, ovvero del duello, vivo, vero e verace (quindi anche volgare: non è «volgare» la lingua italiana?) di Vladimir Luxuria e Alessandra Mussolini. Nessuno parla dell’incontro, forse più rappresentativo visti i contendenti e le opposte ideologie, Berlusconi-Diliberto. Ci sarà una ragione. E temo si annunci poco memorabile anche il prossimo «duello» Prodi-Berlusconi. Prima di partire, infatti, sappiamo che esso sarà regolato in modo da impedire che la vita lo animi. La vita è irregolarità, imprevisto, trasgressione e niente la rispecchia della televisione. Gran parte dei messaggi elettorali sono confezionati in modo così artificiale e inautentico da non determinare alcun interesse. E anche i dibattiti devono avere lo stesso tono e garantire i presunti deboli contro i presunti forti e gli schemi entro cui ognuno deve contenersi. Allora non si capisce perché non fare incontrare i contendenti a distanza prendendo a modello lo schema delle interviste parallele delle Iene. Almeno si potrebbe contare sulla comicità involontaria, determinata dal caso negli accostamenti delle risposte. L’efficacia è garantita dallo stile, da «uno» stile. Ma dove ci sono soltanto regole avviene ciò che ha efficacemente previsto Berlusconi: «Sarà una cosa vergognosa, una comparsata di belle statuine. Un incontro che si dovrebbe tenere al museo delle cere, senza pubblico, senza che uno possa rispondere all’altro. Se uno chiederà un’eccezione dovrà alzare la mano come a scuola quando si chiede di andare alla toilette... a questo si è ridotta la democrazia italiana».
È vero. Ma perché? Le regole sembrano introdotte per garantire l’opposizione. Ovvero il più debole, chi ha minore confidenza con la televisione. Ma uno è un professore, ha avuto tutta la vita il pubblico degli studenti, l’altro è un imprenditore, ha prodotto molta televisione e, negli ultimi anni, molta ne ha fatta. La condizione psicologica nella quale Berlusconi è da sempre non è quella di chi governa con una visione, ma di chi sta all’opposizione di poteri forti, anche della televisione che egli possiede o che controlla. E già questa è una ben strana contraddizione! Chi ha avuto la maggioranza parlamentare e chi governa deve accettare le regole (sbagliate) della minoranza. E che siano sbagliate è evidente per due ragioni: la prima è che se bastasse possedere o controllare le televisioni, Berlusconi non potrebbe perdere le elezioni. E invece ha già perso quelle del 1996. E ha vinto quelle del 2001, quando stava all’opposizione; la seconda è che imbalsamare un dibattito non è utile a nessuno, tanto meno ai telespettatori. Tanto più che le regole e la limitazione della comunicazione televisiva quando ce ne sarebbe maggior bisogno intervengono nel momento più vicino alle elezioni imbalsamando le persone e i loro pensieri. D’altra parte i grandi successi di Grillo, di Benigni o di Celentano non dipendono dalla quantità ma dalla rarità dell’esposizione. Perché ciò che conta è la qualità del pensiero e l’efficacia della comunicazione. Non la quantità dello spazio contingentato. Quello è la morte, la finzione, l’artificio. Mandare in onda Prodi o De Mita per cinque ore di seguito, come capita a Cuba con Fidel Castro, non serve a convincere, ma ad addormentare. Se io avessi dovuto andare in televisione obbedendo a delle regole non sarei stato riconosciuto e seguito per il carattere e l’imprevedibilità dei miei interventi. Non si può continuamente mortificare il linguaggio, la vitalità, il divertimento che sono la natura stessa di un dibattito, di uno scambio di parole che vive perché non ha regole. Alcuni ricorderanno come, molti anni fa, in un incontro televisivo tra De Mita e Bossi nessuno pensò di dare all’uno e all’altro il medesimo tempo, il medesimo tono precludendo di vederne sguardi e smorfie. E dopo che De Mita ebbe parlato per una decina di minuti esponendo la sua visione nel linguaggio che molti ricordano fra astrazioni e concetti che lo fecero definire da Gianni Agnelli «intellettuale della Magna Grecia» (con efficacia e senza offesa), Bossi replicò con una battuta indimenticabile, che smontava quarant’anni di egemonia democristiana, di «convergenze parallele», di governi balneari: «Ma attaccati al tram!». Non era prevedibile e non era previsto da nessuna parte che il leader leghista smontasse gli argomenti del suo rivale con una battuta. In quei pochi secondi iniziò a frantumarsi un regime, prima verbale che politico. Oggi si cerca di ricostituirlo imbrigliando le parole e impedendo lo scambio diretto fra i contendenti. Così chi guarda, che è anche elettore, deve contentarsi delle battute di due esponenti marginali che si scontrano facendo cozzare due idee del mondo. Al perbenismo di Vladimir Luxuria che si scandalizza della «normalità» della Mussolini, quest’ultima risponde «meglio fascisti che froci». Chi guarda si sveglia dal lungo sonno dei dibattiti televisivi regolamentati.