DUELLO A COLPI DI PENNA

Sotto processo al Lyceum «Soluzione virale» di Di Stefano e «Soluzione finale» di Novelli e Zarini

(...) dal diretto interessato e presunto plagiato: Rino Di Stefano, giornalista ben conosciuto anche al di là di queste pagine e autore del medical thriller «Soluzione virale», dato alle stampe da De Ferrari nell’anno 2000. Seduti allo stesso tavolo, ma a debita distanza, i due indiziati di reato: Andrea Novelli, ingegnere, e Gianpaolo Zarini, avvocato, entrambi savonesi ed entrambi scrittori in cerca di editore, che finalmente hanno trovato in Marsilio quello ben disposto a pubblicare il thriller, altrettanto medical, «Soluzione finale». Nell’anno di grazia 2005. Ed è proprio da questa data fatidica che partono le eccezioni consegnate da Di Stefano al giudice-moderatore Giuseppe Benelli, uomo di cultura, presidente del Premio Bancarella, ma soprattutto signore d’altri tempi, portato per natura e convinzione ad assolvere sempre e comunque dai peccati, letterari compresi. Ma la giuria popolare, in sala, non ammette sconti, e anzi - parole sante della presidente Clara Rubbi all’esordio - vuole lo scontro, ancorché incruento, ma possibilmente senza esclusione di colpi.
Attacca dunque Di Stefano, dopo un breve rito orientale di sorrisi e inchini reciproci davanti all’obiettivo del fotografo. Ma è solo una finta: lui, quello che ha sollevato il caso, e che si considera visibilmente e diffusamente copiato, non le manda a dire, al punto di dover ricorrere più volte al conforto dell’acqua minerale per schiarire una gola bruciante come le saette verbali che spedisce ai vicini. «Dunque, vediamo» fa con apparente nonchalance. Poi, affonda gli artigli. E declama: «Soluzione virale è ambientato negli Stati Uniti, Soluzione finale lo stesso. Il mio libro tratta di una società segreta legata agli ambienti di estrema destra americana che crea un virus mortale in laboratorio per diffonderlo tra le comunità di drogati e omosessuali per distruggerli e purificare la società; il vostro libro tratta di una società americana legata ad ambienti neonazisti che crea un virus in laboratorio per inocularlo nelle comunità ebraiche e distruggerle». Un sorso abbondante di effervescenza, e Di Stefano riprende, implacabile, con altre dieci, diconsi dieci, analogie, che so?: lo stesso nome della chiesa, i medici che indagano, la serie di morti ammazzati, persino l’incidente in cui la macchina finisce - in tutti e due i racconti - nel burrone, con due passeggeri a bordo di cui uno, l’uomo, si salva, mentre la donna muore fra le lamiere. Tutto uguale. E poi c’è quella parentesi hard-soft del protagonista che, nella «virale», invita la prostituta a pranzo per rompere il ghiaccio e conoscerla meglio (in senso biblico). E difatti ci fa. Nella «finale», invece, pare lo stesso: il protagonista invita la poliziotta a cena per rompere il ghiaccio - quanto ne rompe! - e conoscerla meglio. Tra i due si instaura un rapporto amichevole. Fin troppo (finiscono in camera, il resto ve lo leggete). «E poi - insiste Di Stefano, con l’ugola ormai allo stremo - ci sarebbe l’Fbi, il memoriale scritto in un dischetto e sparito, l’irruzione con tanto di scassinatore che porta a capire tutto. E il finale, quello lì, belin, è proprio identico!». La parola alla difesa, sentenzia il buon Benelli, che comincia a capire in che ginepraio s’è lasciato invischiare.
Parte Zarini, l’avvocato. In sintesi: il titolo, la storia, i personaggi, le circostanze simili? «Non mi pare, al contrario ci sono tante differenze». Ma è l’ingegnere, forte coi numeri oltre che con le parole, ad ammettere che «sì, c’è qualche punto di contatto, ma come capita in tutti i romanzi di questo tipo. Sempre di medical thriller si tratta, dopo tutto...». Ma Novelli ha in serbo una bomba, che neanche Carotone Biscardi, quando parla di mercato delle vacche, può competere. E la bomba esplode, all’improvviso, deflagrante: «Il nostro libro l’abbiamo scritto e depositato nel 1999, un anno prima dell’uscita di quello di Di Stefano. Se mai è lui che ci ha copiato!». Non l’avesse mai detto. La giuria è sconcertata e si spacca, il moderatore Benelli implora perdono e santa carità, persino gli affreschi vacillano. Nel casino generale, pardon: nello sconcerto più ampio viene chiamato al microfono il sottoscritto, autore dell’articolo di presentazione su queste pagine giudicato dall’ingegner Novelli - forte coi numeri, meno con il senso dell’umorismo - di summa iniuria e, quindi, degno di querela. La minaccia: «Parlerò con Milano». L’unico a non scomporsi è Di Stefano, che ribatte, gelido e finalmente appagato: «Ma io ho scritto Soluzione virale nel 1990». E così, tra retrodatazioni virali e finali, nessuno ci capisce più niente. Mentre l’avvocato vicino a me sussurra: «E se avessero copiato tutti e tre da un altro?».