Un duello da Far West tra rutelliani e popolari

Mezzogiorno di fuoco. È all’insegna dell’atmosfera un po’ Far West, nonostante gli ostentati inviti a «smorzare i toni», il congresso regionale della Margherita (Salone delle Fontane, all’Eur). E quello che va in scena oggi e domani è un match di portata nazionale. Motivo? Rutelli e i rutelliani nonostante siano in minoranza rivendicano la segreteria per il proprio candidato, Mario Di Carlo.
I popolari, gli ex dc, raccolti attorno a Franco Marini sono invece più che mai intenzionati a eleggere segretario Francesco Scalia. Così mercoledì scorso i popolari hanno fatto una cosa molto democristiana.
Hanno convocato un incontro con Scalia cui hanno sottoposto, perché se ne faccia portavoce e garante, la piattaforma alla quale aderiscono tutte le associazioni che una volta costituivano il mondo cattolico: artigiani cristiani, Confocoperative, sindacato (Cisl), Coldiretti, Circoli del sociale. Primo punto tra le richieste: «Garanzia di libertà e di democrazia nel partito».
«Significa che alla vita del partito possano partecipare tutti, senza veti e strozzature» dice Gabriele Mori, presidente dell’associazione «I popolari del Lazio». Per andare a parare, ultimo punto, sulla difesa di «una legge elettorale che, garantendo il bipolarismo, esalti la scelta individuale degli lettori al momento del voto».
«Chi sceglie i candidati al Parlamento? Si deve consentire, anche attraverso un meccanismo di primarie all’americana, che siano gli iscritti, le associazioni e anche i non iscritti a concorrere alla scelta» continua Mori: «Adesso invece decidono tutto i segretari nazionali dei partiti». Sullo scontro Rutelli-Marini getta però acqua: «L’idea di un duello rusticano è una forzatura. Il congresso è una vicenda molto locale. Andiamo a votare per un partito che durerà al massimo un anno e mezzo e che poi dovrebbe confluire nel Partito democratico. È una fase di passaggio». Ma, comunque sia, tra i Dl la resa dei conti è arrivata. Francesco Scalia, il candidato dei popolari, conta 192 delegati su 373. Vittoria scontata. «A meno di una furbata» mettono le mani avanti i sospettosi. E la «furbata» è un codicillo nel regolamento elettorale della Margherita.
Prevede che possano votare al congresso anche i parlamentari che pur eletti in altre regioni siano residenti a Roma e nel Lazio. E questo potrebbe portare a un pareggio se non addirittura al ribaltamento dei pronostici. E se il codicillo fosse trasferito nella pratica assisteremmo alla visione inconsueta di un presidente del Senato, Franco Marini, eletto in Abruzzo, ma da sempre residente a Roma, costretto a depositare la sua scheda nell’urna congressuale, per non darla vinta ai rivali.
A fare da sfondo resta l’anomalia di un partito, la Margherita, con un unico leader, Francesco Rutelli, che resta un corpo estraneo alle radici e al «comune sentire» degli ex dc.

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