Duello in tv, per i francesi ha vinto Sarkozy

Prove di unità del Partito democratico in quel di Bruxelles. Finisce a schiaffoni, almeno fin qui solo metaforici. Perché il dipietrista Beniamino Donnici (che sedeva con i margheriti nel gruppo liberale dell’Alde giusto da una settimana) è stato «espulso» dall’Europarlamento in favore di Achille Occhetto, che pure aveva rinunciato con atto notarile al seggio, ma che la commissione giuridica dell’organismo Ue ha riconosciuto titolare - a dispetto della giustizia italiana - in quanto scippato del diritto conquistato da lui a suon di voti.
Una storiaccia brutta. Che certo non incrementa le simpatie per l’ibrido prodiano che si vorrebbe creare in Italia con l’auspicio che possa crescere anche in Europa. Socialisti e liberali sono ai ferri corti. Il gruppo dell’Alde, guidato dal britannico Watson, ha gridato allo scandalo e mette addirittura in discussione la presidenza dell’azzurro Gargani a capo della commissione giuridica. Ma, mica tanto a sorpresa (visto che Occhetto era invece iscritto al Ps), socialisti italiani e del resto d’Europa difendono invece a spada tratta l’operato della commissione: «Il voto espresso a stragrande maggioranza - fanno sapere - ha sottolineato un principio primordiale di democrazia!».
La storia non è delle più edificanti. Nel 2005 si vota per l’Europarlamento e Di Pietro si accorda con Occhetto: lista a due nomi. L’ex pm risulta primo eletto tanto nel Nord Est che nel Sud. Secondo in entrambe le circoscrizioni è l’ex segretario del Pci, fondatore del Pds, il Gorbaciov de’ noantri. Che, scelto da Di Pietro il Sud, lascia spazio al terzo eletto Giulietto Chiesa come da accordi, essendo lui senatore. Quando Di Pietro viene eletto alla Camera nel 2006, Occhetto si insedia a Bruxelles. Ma a quel punto l’Italia dei valori se ne esce con carte controfirmate davanti a un notaio in cui lo stesso ex diessino dichiarava di esser pronto a lasciare il suo seggio ad altri. Lui non ci sta: lo facevo per Giulietto Chiesa, replica. Il Consiglio di Stato intanto (siamo a ottobre scorso) riconosce come valido il ricorso di Donnici che metteva in rilievo la rinuncia di Occhetto. Il bello è che Donnici, colonnello medico a lungo missino e poi transfuga in quanto non digerita An, aveva intanto pure lui litigato con Di Pietro perché favorevole all’idea del Partito democratico, arrivando a tagliare dalla bandiera dell’Italia dei Valori il nome «Di Pietro» e schierandosi nel neomovimento creato in Calabria da Loiero.
Siamo ai giorni scorsi: a Strasburgo, dopo la comunicazione giudiziaria italiana, il presidente Poettering annuncia il cambio: Donnici al posto di Occhetto. Ma come si è visto non era finita. Ieri a Bruxelles si riunisce la commissione giuridica che intanto ha svolto qualche indagine e si è trovata di fronte un Occhetto che fa presente come le dimissioni gli fossero state praticamente «imposte». E subito nei presenti il pensiero è corso al caso aperto di Boroslaw Geremek, ex capo polacco di Solidarnosc iscritto al gruppo liberale che l’attuale nomenklatura di Varsavia vuole far cacciare dall’Europarlamento per non aver voluto sottoscrivere la dichiarazione di estraneità dai servizi segreti comunisti. Si può permettere che un governo o una legge straniera possano far espellere dall’Europarlamento chi ha ottenuto voti dai cittadini? Quasi nessuno ha esitato davanti a questa idea: e a stragrande maggioranza si è deciso che Donnici resta fuori, e che Occhetto rimane invece saldo al suo posto. Il che tra l’altro - come ha osservato compiaciuto Gargani al termine dell’appuntamento - «costituisce un precedente molto importante». È l’Europarlamento cui spetta decidere chi ha le credenziali. E queste in primo luogo sono costituite dalle volontà chiaramente espresse dagli elettori. Donnici protesta e attacca «le piccinerie e le furbizie di una certa Italia». Di Pietro, a quanto si dice, telefona furente a Fassino chiedendo una immediata marcia indietro dei diessini italiani di Bruxelles, tutti a favore di Occhetto. L’Europarlamento dovrà votare in aula la questione il 9 maggio prossimo: ma per il Pd, almeno a Bruxelles, è già notte fonda.
Alessandro M. Caprettini