Duemila lettere a Pansa: i figli dei vinti raccontano

È una targhetta, una targhetta metallica con quattro fori, larga 14 centimetri e alta 8. Sopra c’è scritto «sconosciuto» e un numero, «1945». A un italiano di oggi che abbia trenta o anche quarant’anni, quella targhetta risulta incomprensibile. A una signora che oggi ha superato gli ottanta e che nell’aprile-maggio 1945 era una giovane mamma in attesa, quella targhetta riapre invece un incubo che solo da qualche tempo ha rimosso. Ogni mattina, recandosi alla prima messa in una chiesa della periferia di Milano, doveva schivare corpi buttati sull’erba di un tisico prato. Avevano gli occhi sbarrati. Corpi sconosciuti che, qualora non fossero stati recuperati con grande rischio da mogli, fratelli, figli, sarebbero stati poi gettati nelle fosse comuni di Musocco. Prima però qualcuno avrebbe legato loro quella piastrina sul petto. Ma la giovane donna di allora sapeva benissimo chi erano quei morti senza nome: erano i fascisti uccisi nelle «radiose giornate» della Liberazione. E per anni ad ogni 25 aprile ha rivisto quegli occhi sbarrati e ha risentito la paura attanagliarle lo stomaco: perché anche lei apparteneva alla loro parte, la parte dei vinti.
La targhetta di metallo che veniva legata al petto dei fascisti ammazzati, Giampaolo Pansa l’ha messa sulla copertina del suo ultimo libro, che arriva oggi in libreria, e ne costituisce il titolo: Sconosciuto 1945 (Sperling & Kupfer, pagg. 476, euro 18). «Me l’ha data la figlia di uno ucciso», dice. Dopo il successo del libro precedente, Il sangue dei vinti (quattrocentomila copie vendute e molti strilli da parte delle offese vestali della Resistenza) Pansa è tornato a frugare nella tragedia negata dell’Italia sconfitta. Se nel Sangue dei vinti, rievocava le circa ventimila vittime della sanguinosa vendetta consumata dopo la fine della guerra, nel nuovo libro fa parlare altre vittime, ancora più innocenti: i figli degli uccisi. Ma anche questo libro è un figlio. Dice l’autore: «È il figlio di qualcosa di inaspettato che accadde pochi giorni dopo l’uscita del Sangue dei vinti e che mi ha letteralmente travolto. Centinaia di lettere, di e-mail, di fax: erano i figli, i nipoti delle vittime, che volevano raccontare altre storie ancora ignorate, rivelare come era morto il padre, la madre, i nonni, la zia. Voci che volevano dire dell’altro, di più, voci che uscivano da un silenzio imposto da sessant’anni».
Pansa se ne andò dall’Espresso di cui era condirettore (finalmente in pensione) portandosi via dalla redazione romana di via Po due scatoloni con dentro duemila lettere: «Leggevo, leggevo - dice - e mi inoltravo in una realtà a me ignota, quella di persone che a tre, cinque, dieci anni, avevano visto in faccia la morte e la disperazione. Solo perché le loro famiglie erano dalla parte perdente. Era una specie di chiamata a un amico, a una persona che non la pensava come loro, ma in cui avevano fiducia. Ci ho riflettuto circa un anno e poi ho cominciato a radunare le storie, ho incontrato queste persone, ne ho raccolto le confidenze, spesso le lacrime di uno strazio ancora vivissimo».
Erano persone che per la prima volta raccontavano la loro tragedia al di fuori della cerchia famigliare (ma spesso anche in famiglia si era taciuto). A parlare sono stati in tanti: Franca e Gabriella, le figlie del giovane federale di Torino Giuseppe Solaro, impiccato su un camion il 30 aprile 1945 e portato in giro così per la città. Edvige e Anna Maria, figlie di Eugenio Spina, un mite direttore didattico: la loro madre, Elisa, fu uccisa senza ragione nel suo appartamento torinese e il corpo abbandonato per strada. Giovanna Caprino, figlia di un giornalista, Sebastiano Caprino, redattore capo del quotidiano milanese Repubblica fascista. Tutta la redazione fu massacrata: Caprino, il direttore Enzo Pezzato, la segretaria di redazione Pia Scimonelli. Il corpo di Caprino fu trovato dai familiari in una fossa comune. «La faccia di mio padre non c’era più - ha raccontato la figlia a Pansa - l’avevano devastata i proiettili che gli erano stati sparati sul volto». Parla Vittorio Baretto per ricordare i nonni Vittorio e Alma, gestori di un albergo a Masone nel Genovese, fucilati sulla piazza del paese il 26 aprile, forse perché avevano servito un caffè di troppo a qualche tedesco. E vuole ricordare la zia Nora, la loro figlia di 25 anni, trascinata via dai partigiani e scomparsa nel nulla.
«Qualcuno di loro - dice Pansa - ha voluto rimanere anonimo. Non per paura, ma per un misto di rabbia e vergogna, per il timore forse di essere aggredito, ancora una volta. Una delle storie che mi ha più commosso è quella di una professoressa di matematica. Dopo l’uccisione del padre, segretario comunale di una piccola città lombarda, lei e la mamma andarono a vivere in casa del nonno che impose loro di non parlarne mai più. La bambina diceva che il padre era caduto in guerra nel 1941. Quando nel 1954 si decise a scrivere la verità in un tema, il professore le consigliò di continuare a dire che era morto in Africa».
Il dolore dei familiari degli uccisi è stato consumato in assoluta solitudine: intorno a loro un paese monolitico celebrava la «guerra di Liberazione», rifiutando di riconoscere che era stata invece una tremenda guerra civile. «La guerra civile genera mostri - dice Pansa - si è ucciso in nome dell’ideologia che tutto giustifica e consente di archiviare serenamente il delitto commesso. Certo, si è ucciso da entrambe le parti, ma le vittime di cui parlo non erano fucilatori di partigiani, non erano torturatori. Erano persone comuni che nulla di male avevano compiuto al di là dell’adesione, a volte solo formale, alla Rsi. E, forti della propria buona coscienza, non avevano neppure pensato a nascondersi».
Forse, il fatto di aver potuto parlare con uno «dell’altra parte» ha significato per molti dei superstiti la fine di un lungo incubo. Potrebbe significare che l’Italia è uscita dalla spirale della guerra civile? Pansa non è così sicuro. «L’Italia è un paese intossicato. Ci vorranno ancora molti anni per chiudere quella ferita. E poi personalmente non credo che si possa arrivare alla “memoria condivisa” che piace a qualche anima bella. Sarebbe già tanto arrivare a una “memoria accettata”. A una storia non più dimezzata, come quella raccontata fino ad ora, dove esistevano solo i vincitori. Comunque, un fatto positivo c’è e l’ho sperimentato nei tanti dibattiti cui ho partecipato per Il sangue dei vinti. Quella fascia di italiani indifferenti alle due parti in lotta, quella “zona grigia”, come l’ha chiamata Renzo De Felice, va trasformandosi in una “zona laica”, aperta e curiosa, che vuole soltanto sapere come sono andate effettivamente le cose. Dopo sessant’anni, è anche ora».