La duplice strategia di Abu Mazen

L’8 giugno scorso l’aviazione israeliana ha ucciso Jamal Abu Samhada, comandante del Comitati della resistenza palestinese (Crp), sanguinoso e ricercato terrorista, nominato dal governo di Hamas ispettore generale di una «milizia speciale» composta da 3.000 uomini armati di Hamas. Con questa milizia il governo intendeva imporre la sua autorità a Gaza sperando di attirare dalla sua parte poliziotti e militari di Al Fatah.
La mossa (voluta dalla dirigenza di Hamas a Damasco e sostenuta dall’ala dura di Hamas in Palestina) non ha funzionato. Di trasfughi armati da Al Fatah a Hamas non ve ne sono stati; il presidente Abu Mazen, sentendosi minacciato personalmente oltre che nel suo prestigio istituzionale, ha reagito in due modi. A livello politico ha lanciato un ultimatum a Hamas di accettare o respingere un referendum da lui fissato per il 26 giugno, basato su un accordo siglato fra i rappresentanti delle varie correnti palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane (e considerati dal pubblico come eroi nazionali). L’accordo, con molte condizioni, accetta di riconoscere lo Stato di Israele. A livello operativo, poi, Abu Mazen, predicando la concordia ma lasciando (o non potendo impedire) che Al Fatah regolasse i conti con Hamas, ha schierato la «Forza 17» - una specie di unità presidenziale - al valico tra Gaza e l’Egitto. Lo scopo principale era di assicurarsi che gli aiuti finanziari sospesi dall’Occidente dopo la vittoria di Hamas, raccolti (come i 20 milioni trasportati in valige dal ministro degli Esteri) nei Paesi arabi e in Iran, finissero nelle tasche di Hamas. Si tratta di quisquilie per un governo che ha bisogno di 150 milioni di dollari al mese per pagare i suoi funzionari, ma importanti per tenere buone le milizie armate.
Si tratta dunque dei preparativi di quella che molti esperti considerano una inevitabile guerra civile? Forse, anche se è improbabile per tre ragioni: militari, burocratiche e ideologiche.
Al Fatah dispone in tutto di ben 24 mila uomini in divisa nei vari corpi di polizia e nelle milizie, ma che non sono in grado di sopraffare i 6.000 agguerriti uomini armati di Hamas, al punto che Israele ed Egitto stanno «legalmente» trasferendo armi e munizioni ad Al Fatah per rafforzare il suo sostegno ad Abu Mazen.
Ragioni burocratiche: Hamas ha conquistato nelle elezioni generali di quattro mesi fa tutte le istituzioni; ma al Fatah occupa tutte le poltrone, su cui siedono funzionari che impediscono ai ministri eletti di far eseguire i propri ordini.
Quanto ai soldi, le due parti si preoccupano anzitutto di pagare gli stipendi degli armati. Ai funzionari distribuiscono anticipi che hanno tutta l’aria di essere «incentivi» elettorali. Questo genera uno stallo purtroppo macchiato quotidianamente da sangue di armati e di civili innocenti, oltre alle vittime quotidiane delle risposte israeliane ai tiri di missili palestinesi contro il suo territorio. E lo stallo è rafforzato da un’identità ideologica di fondo.
Abu Mazen è realista e probabilmente convinto della necessità di accordi di pace con Israele. Hamas e Al Fatah odiano ugualmente Israele, e il presidente col referendum mira ad evitare la guerra civile mobilitando una maggioranza palestinese dietro di sé, ma su un piano inaccettabile per Israele. Denunciando le inconsistenze del piano di «convergenza» del premier israeliano Olmert (evacuazione unilaterale e parziale della Cisgiordania se non sarà possibile negoziare con un interlocutore palestinese valido) mira a sabotarlo sottraendogli il sostegno americano ed europeo. «Tipico caso - lamenta un ex ministro degli Esteri israeliano - in cui la ricerca del consenso interno crea ostacoli insormontabili per raggiungere la pace col nemico».
Ma è proprio questa la «convergenza» tra Hamas e Al Fatah nonostante le loro divergenze. Questa volontà comune di rifiuto di Israele rappresenta la miglior giustificazione di chi crede, dopo tutto, che la guerra civile in Palestina non ci sarà.