Dura la Casa Bianca: inaccettabili i paragoni tra noi e i terroristi

Washington replica alle critiche degli alleati, italiani inclusi, contro i suoi soldati. Il senatore comunista Rossi conferma il suo voto contrario alla missione afghana: «Anche Prodi ha le mani insanguinate»

da Roma

«Inaccettabile». Il portavoce della Casa Bianca Tony Snow condanna aspramente ogni equiparazione tra l’operato dei militari americani in Afghanistan e quello dei loro nemici talebani. E reagisce con durezza alle critiche, anche di alcuni alleati, dopo gli attentati e gli scontri a fuoco nei quali hanno perso la vita civili afghani.
Snow ha respinto con forza «ogni tentativo di tracciare un paragone morale tra terroristi che uccidono civili come linea politica e gli Stati Uniti che come linea politica hanno quella di cercare di salvare questa gente». Ma a Washington non devono aver fatto piacere neppure le pur caute prese di distanza del governo italiano, «preoccupato e turbato» dagli ultimi eventi afghani, con Massimo D’Alema che ha dato il suo appoggio alla richiesta di un’indagine «indipendente» sull’accaduto avanzata da Karzai e chiesto una «riflessione seria» sul fatto che «non uccidere civili potrebbe contribuire a far andare meglio le cose».
D’altronde il ministro degli Esteri italiano è alle prese con un voto complicato, quello per il rinnovo della missione italiana a Kabul, e il peggioramento della situazione in loco sta causando contraccolpi politici dentro la maggioranza. Sul dibattito, che si è aperto ieri alla Camera, aleggia il fantasma di quello che la presidente della commissione Difesa, la ds Roberta Pinotti, ha chiamato «il rischio di irachizzazione della situazione in Afghanistan».
Scottati dalla recente crisi di governo, i partiti della sinistra pacifista sono pronti a votare il loro sì al decreto «anche se gli Usa buttano l’atomica», ironizza un loro esponente, ma dalle loro file si levano attacchi durissimi agli americani («Gli Usa fanno rappresaglie come i nazisti», dice ad esempio Marco Rizzo del Pdci), e le difficoltà per contenere il dissenso al Senato aumentano. Anche se il governo sta facendo molte concessioni: oltre all’aumento dei fondi per la cooperazione civile ha fatto sua la proposta di una conferenza internazionale di pace («Una belinata», la definì D’Alema che ora promette di perorarne la causa) e ha aperto all’ordine del giorno per lanciare in sede internazionale l’ipotesi di acquisto dell’oppio a fini farmaceutici.
Il voto a Montecitorio è previsto per oggi, e le uniche defezioni annunciate sono quelle di Paolo Cacciari, che ha chiesto al Prc di lasciargli libertà di voto, e del trozkista Salvatore Cannavò, prossimo all’espulsione da Rifondazione come il suo collega del Senato Franco Turigliatto. Il problema però è come si sa a Palazzo Madama, dove - oltre a Turigliatto - è certo il voto contrario di Fernando Rossi, che dichiara provocatoriamente: «Non si capisce perché Berlusconi e Bush sono dei sanguinari e si parla di Prodi come se indossasse i guanti». Il rischio è quello di un’estensione del dissenso che renda la maggioranza nuovamente «non autosufficiente». Rischio molto concreto, che tutti gli esponenti del centrosinistra si affannano ad esorcizzare in anticipo. Non per nulla proprio oggi, intervistato dal Corriere della Sera, il ministro Giuliano Amato ha elaborato un’apologia delle «maggioranze variabili», diverse da quella che dà la fiducia al governo. «Sarà il Quirinale a non consentire che vadano oltre un certo limite», teorizza Amato. E il messaggio preventivo è diretto proprio a Napolitano, che (temono ad esempio dentro Rifondazione) «potrebbe risollevare il problema se il decreto passa con i voti determinanti del centrodestra».
L’opposizione intanto cavalca la questione, con Casini che avverte che «se i nostri voti non saranno solo aggiuntivi la maggioranza dovrà trarne le conseguenze». Gli replica il segretario ds Fassino: «Se l'esecutivo presenta un provvedimento e il 90 per cento del Parlamento lo vota perché considera che sia giusto, come si fa a spiegare che bisogna aprire una crisi?». L’Udeur di Mastella celebra le «larghe convergenze» e avverte: «Non dobbiamo più commettere l’errore di porre la fiducia su questi argomenti». Idea che in effetti non sfiora più il premier Prodi.