La dura sorte del «conte mollo» Esce in Francia una biografia di Ciano

Michel Ostenc, italianista di lungo corso, pubblica dalle Editions du Rocher una biografia francese di Galeazzo Ciano, la prima da molti anni, che è forse la migliore mai dedicatagli Oltralpe. Sin dal sottotitolo Ostenc si muove sulla linea interpretativa di Renzo De Felice, definendo Ciano «un conservatore di fronte a Hitler e Mussolini». Non fu infatti mai un vero fascista, era e rimase fino all’ultimo un conservatore di provincia, borghese e cattolico. Non riusciva ancora a convincersi di avere ai suoi piedi una Roma, allora (come sempre) capitale corrotta, dove tra i suoi nomignoli il più azzeccato era «il conte mollo» a imitazione di un celebre ponte.
Le cose cambiarono nei giorni della non belligeranza, quando Ciano da commesso viaggiatore dell’Asse si trasformò nel suo più visibile oppositore. Ma l’indignazione che echeggia da quel momento nel suo diario non va presa troppo alla lettera, anche a prescindere dalla tesi mai provata, secondo cui il testo sarebbe stato rimaneggiato dopo il rimpasto del febbraio 1943, quando Mussolini trasferì il genero di cui non si fidava più all’ambasciata presso la Santa Sede. L’uomo si era però accorto che Hitler e Ribbentrop usavano l’alleanza con l’Italia a loro piacimento, sorvolando sugli impegni presi quando faceva loro comodo, si trattasse dell’Anschluss, della spartizione cecoslovacca dopo Monaco, dell’accordo con la Russia o della decisione di attaccare la Polonia. Tuttavia, senza l’assenso del Duce, Ciano non avrebbe mai potuto pronunciare il discorso alla Camera del 16 dicembre 1939, in cui veniva addirittura reso omaggio alla resistenza dei polacchi.
Questa battaglia sfortunata che costò a Ciano l’odio mortale dei tedeschi, è al centro della biografia molto documentata di Ostenc. Il ritratto che ne emerge è quello di un uomo troppo giovane e inesperto per l’immenso potere che sfiorò senza conquistarlo, buono ma debole, intelligente ma superficiale, irretito da una vita di mondanità da cui il suocero (né buono né superficiale) si teneva alla larga. Come tutti gli insicuri adorava essere adulato e corteggiato, ma fu meno clientelare della media dei gerarchi politici di allora (e di dopo).
Quando la guerra si avvicinò, intuì che il regime saliva su di un treno impazzito. Ma come molti italiani medi era convinto di essere furbo, anzi il più furbo di tutti. La tendenza all’intrigo lo portò ad architettare una serie di disastri, come la sciagurata politica albanese, e a consegnarsi poi al carnefice, convinto fino all’ultimo di poter giocare una partita molto più grande di lui tra tedeschi, ultrà di Salò e alleati. Ottenne solo di morire bene, appena quarantenne, dopo aver vissuto troppo spesso male.