Dura la vita per i giganti

Una storia naturale di zoologia fantastica, fanciullesca, lieve, naïf e molto toccante

Se il gigante francese, Gargantua, incarna l’ingordigia più sfrenata, fauci smisurate che triturano finché il peso allo stomaco non diventa gravitas, saggia regalità, il gigante anglosassone dei Viaggi di Gulliver è piuttosto un monito prospettivista: attenti a maltrattare le cose piccole e deboli, perché piccolo e grande sono concetti relativi e chissà che un giorno non tocchi a voi sfuggire al cacciatore come una quaglia in un campo di granturco.
E i giganti italiani? La loro statura è sugli otto metri. Si vestono di pelli di serpente e catturano ragazze adolescenti; poi, vista la sproporzione, non sanno che farne e ripiegano sul sadismo, frustandole con delle catene. Se hanno fame catturano un cervo e lo arrostiscono intero. Strappati alla loro terra d’origine, la Libia, costituiscono una sorta di arma impropria dei cavalieri erranti, i quali non esitano a scagliarli contro il nemico pur prevedendo che i danni arrecati alle campagne, nonché ai villici che le abitano, faranno pentire della vittoria. Protagonisti del Morgante di Luigi Pulci o delle ottave del Boiardo sono, essenzialmente, dei bestioni stralunati: e dunque perfettamente sintonizzati sulla poetica di Ermanno Cavazzoni, l’autore del Poema dei lunatici al quale si ispirò Federico Fellini per girare il suo ultimo film, La voce della Luna.
Storia naturale dei giganti (Guanda, pagg. 247, euro 14,50) è un capitolo di zoologia fantastica riguardante le versioni oversize della bestia uomo. È una storia naturale tutta da ridere fatta di un fanciullesco, lieve, toccante naïf. Il che non toglie che la risata sia allegorica e che in fondo ad essa brilli una tesi molto italiana: la grandezza può essere generosa, ma è comunque una deformità. Più guasto all’ipofisi che scintilla divina. Se infatti nulla si guadagna senza perdere qualcosa (è il triste convincimento delle società povere o insicure), il gigante sarà più che altro un pallone gonfiato. È enorme, ma il suo peso specifico è bassissimo: non attenterà mai all’orgoglio luciferino del re dell’universo. Per intenderci, i maledetti toscani di Malaparte non gli avrebbero mai dato del becero: un gigante è infatti esattamente il contrario, un idealista per interposta persona. Non a caso Pulci era poeta stanziale mediceo, e aveva orecchio solo per il fantastico popolare.
Dominati da un’inerzia incontrollabile (quando iniziano a menare le mani non riescono ad arrestarsi e distruggono tutto), i bestioni di Cavazzoni evocano ugualmente l’immagine del selvaggio il quale, sradicato con un’operazione innaturale e interessata, fa molto rumore e genera mille aspettative, finché non viene infilzato da tutti e muore. I testi assicurano che non sia mai accaduto ciò che pure sarebbe stato legittimo: che prima di spirare il gigante abbia maledetto gli apprendisti stregoni, gli eterni furbi paladini, sempre pronti ad istigare un Masaniello per poi nascondersi dietro un dito, diventando miracolosamente invisibili.