Dura vita da padroncino: "Rc, benzina e pedaggi ci hanno messo a terra"

Il titolare di un’azienda di trasporti con 15 dipendenti: "Spendiamo già il 10% in più ancora prima di partire"

«Ormai si fa fatica anche a riempire il serbatoio prima di partire: solo i rincari continui del gasolio in un anno ci hanno fatto aumentare i costi del 10 o anche del 15 per cento. Ma non è di sconti una tantum che abbiamo bisogno: ci vogliono controlli seri, contro la concorrenza sleale. Per far lavorare quelli come me che rispettano le regole, anche se con molta fatica». Claudio Fraconti è cresciuto in mezzo ai Tir: suo padre ha fondato l’impresa di autotrasporti che oggi tocca a lui portare avanti, e che dà lavoro alla sua famiglia e a quelle dei suoi 15 dipendenti. Cioè tanti, per le dimensioni medie dell’autotrasporto italiano: dove spesso c’è un solo autista, o due. Niente, in rapporto ai colossi olandesi o tedeschi, dove le centinaia di camion per azienda sono la norma. Chiaro che, su un’azienda piccola, ogni rincaro pesa come un macigno.
«Da dove cominciare? C’è l’imbarazzo della scelta - dice Fraconti - ci sono i costi diretti, quelli che dobbiamo pagare in anticipo, come il carburante e la manutenzione; gli pneumatici, per esempio, che stanno aumentando vertiginosamente in tutto il mondo per il rincaro delle materie prime. E per me già solo questo significa spendere il 5 o anche il 10% in più, a seconda delle percorrenze. Mettiamoci i rincari dell’autostrada, le compagnie che fanno cartello sulla Rc auto, le banche che non danno credito: basterebbe già questo a bloccare un’attività».
Infatti, tante aziende fino a ieri sane sono costrette a licenziare o addirittura a chiudere del tutto. «Questo è un settore che non ha mai visto disoccupazione, ma dall’inizio dell’anno mi arrivano tutti i giorni curriculum di autisti che hanno perso il lavoro - racconta Fraconti - certo che c’è la disperazione, ed è facile farsi strumentalizzare: ma c’è anche chi ci guadagna». Come quegli intermediari che figurano autotrasportatori, ma di camion non ne hanno neanche uno: solo un ufficio e un telefono. Da lì, trattano consegne, che poi affidano a chi costa meno, mettendo in concorrenza i trasportatori in difficoltà: una sorta di «caporalato».
«L’illegalità ci ammazza - insiste Fraconti - e non per modo di dire: perché poi questi vanno in giro senza assicurazione, non rispettano le regole di sicurezza, come le ore massime di guida, per tenere i prezzi più bassi. E noi aziende corrette non possiamo competere: dobbiamo continuamente utilizzare le risorse messe da parte, ma non può durare all’infinito. D’altra parte i conti per chi ha le carte in regola sono presto fatti: un autista porta a casa 2mila euro netti, ma all’azienda ne costa il doppio, 45 o 48mila euro l’anno. Noi lavoriamo ancora, ma certo trasportando prevalentemente materiali per l’edilizia la crisi si sente. Come se non bastasse, a Nord abbiamo anche la concorrenza dei Paesi dell’Est, dove il costo del lavoro è più basso: e degli autisti extracomunitari, che portano la merce dalla Turchia o dalla Lituania e invece di aspettare un carico per il loro Paese fanno trasporti in Italia a prezzi stracciati».
Non che le leggi per evitarlo non ci siano: sono i controlli che mancano. «O meglio i controlli di un certo tipo - denuncia l’autotrasportatore - i nostri camion vengono fermati per verifiche puntigliose su ogni cosa, ma non viene in mente piuttosto che chi fa sconti del 20 o 30% ha qualcosa che non va? Rispetto delle leggi e concorrenza vera, ecco quello che chiediamo noi di Conftrasporto: inutile chiedere sconti una tantum, non servono a niente. E neanche mettersi di traverso nelle strade».