Durissima reazione dell’ex premier al riassetto tv dell’Unione. Mediaset: «Dal governo una legge contro un’azienda che appare tagliata su misura come vendetta politica» L’ira di Berlusconi: un atto di banditismo Il leader azzurro: «C’è una manovr

Fabrizio de Feo

nostro inviato a Campobasso

È il giorno della rabbia, dello stupore, dell'incredulità e dell'allarme democratico per Silvio Berlusconi. Un crescendo rossiniano che inizia quando da Roma arrivano le prime indiscrezioni sulla tagliola che il governo Prodi si appresta a far scattare a vari livelli sulle reti Mediaset. Il leader di Forza Italia è in Molise per sostenere la campagna elettorale del governatore uscente Michele Iorio quando le agenzie battono le prime indiscrezioni. Berlusconi riceve i dispacci e cerca di attestarsi sulle frequenze della cautela. «Il governo vuole togliere una rete a Mediaset? Non ci credo, sarebbe un atto di banditismo e di pirateria politica» commenta il leader azzurro. «Non sarebbe più una democrazia quel Paese in cui una parte politica andasse al governo e intendesse colpire l'avversario attraverso le sue aziende e le sue proprietà private. Non ci credo. No, se la sinistra mettesse mano al riassetto del sistema radiotelevisivo e toccasse Mediaset sarebbe il colmo. Sarebbe un atto di vendetta politica».
Con il passare delle ore, però, le indiscrezioni diventano certezze e la lettura del testo della proposta - attività a cui Berlusconi si dedica alla fine del pranzo consumato nel suo hotel con Michele Iorio e Paolo Bonaiuti - rivela misure così «mirate» da rendere ancora più indigesto il testo del ddl Gentiloni. Così, prima di recarsi nella piazza principale di Campobasso per un comizio, Berlusconi torna sull'argomento.
E questa volta i toni sono durissimi e riaccendono in tutto il suo fragore l'allarme democratico. «Voglio solo ricordare che c'è già stato un referendum in cui il popolo italiano ha dato una sua risposta, un referendum fatto quando ancora una volta la sinistra voleva colpire una mia azienda che aveva il solo torto di essere stata fondata da me. Stamattina ho detto che non ritenevo possibile che sarebbero arrivati a fare quello a cui, invece, sono arrivati. Una democrazia non è più tale quando si divide in due, con una parte che ha paura che l'altra possa andare al governo e possa farle male. Una democrazia non è più tale se la parte al governo attacca e aggredisce l'altra parte nel suo leader, colpendolo ad esempio nelle sue proprietà. Oggi noi difficilmente possiamo considerarci una democrazia anche considerando la certezza di brogli che ci sono stati. Per cui riteniamo che la sinistra non sia legittimamente maggioranza in Parlamento. Nonostante il Paese sia praticamente diviso a metà, con arroganza ha messo le mani su tutte le istituzioni. Oggi non c'è il checking-balance che è necessario affinché una democrazia sia tale. Bene, io credo che avesse ragione chi sosteneva che questa sinistra non è ancora democratica, una sinistra di cui, ahimè, dobbiamo avere paura».
Un campanello d'allarme altrettanto forte, per l'ex presidente del Consiglio arriva anche dalla manifestazione degli autonomi andata in scena a Roma. «Cosa vuol dire far circondare i professionisti che dimostrano da uno schieramento così compatto, fuori misura di forze di polizia che praticamente fa sì che nessuno possa entrare o uscire dalla manifestazione? Questo è qualcosa che in democrazia non può esistere. Quando è la sinistra che dimostra in piazza - e l'ha fatto 10mila volte durante il nostro governo - va tutto bene ma se lo fa qualcuno che non è della sinistra allora questa è eversione. Io invito tutti gli italiani a riflettere sul rischio che tutti insieme stiamo correndo».
In privato, parlando con il suo staff, il numero uno di Forza Italia spiega così la genesi del ddl Gentiloni. «Altro che pluralismo. È una manovra a tenaglia per farmi fuori, indegna di un Paese democratico» commenta. «Erano partiti con il conflitto di interessi ma hanno capito che togliermi il diritto di fare politica per legge sarebbe stato devastante per la loro immagine. Ora ci riprovano con qualcosa che sanno essere gradito a quella parte del loro elettorato che fa dell'odio verso la mia persona la sua religione».
Rabbia e stupore, in realtà, risuonano in tutta la Cdl. Fabrizio Cicchitto (Fi) avverte che «un attacco così duro al pluralismo tv non passerà in Parlamento» ma, nel caso, scatterebbe subito il referendum. La Lega con Roberto Calderoli parla di «una riforma che vuole togliere voce all'opposizione. Sono metodi leninisti, è l'ennesima prova di regime». Lorenzo Cesa fa sapere che l'Udc «non accetterà mai una legge che sia penalizzante o punitiva nei confronti di Mediaset» mentre Pier Ferdinando Casini avverte: «Se è vero che ci sono queste norme vessatorie nel ddl, Prodi fa un grosso regalo a Berlusconi». E per An se Mario Landolfi parla di «una legge contra-personam», Alessio Butti definisce il ddl Gentiloni «punitivo, irrazionale e disorganico, figlio di una fretta sospetta da parte del governo».
E c'è anche la rabbia di Mediaset riportata in un comunicato: «Per anni sono state criticate leggi definite ad personam, oggi il governo ne ha presentata una contro un’azienda che appare tagliata su misura come vendetta politica e appare ispirata da una prospettiva retrograda. Tutto questo è ancor più nocivo in una fase di mercato in cui i media mondiali sono scossi da un profondo e repentino cambiamento». Di «provvedimento punitivo» parlano anche i giornalisti del Biscione che temono «pesanti ripercussioni sull’occupazione del gruppo».