Un duro texano innamorato dell’Italia

Un bel tipo, davvero, Joe R. Lansdale. Il fisico del coltivatore diretto, più che del letterato, un self-made man, un grande autore direttamente partorito dal ventre agreste del Sud. Non ci sono austere pergamene accademiche nella sua bacheca. Solo trofei guadagnati in anni di pratica e insegnamento delle arti marziali. E, ultimamente, anche qualche premio letterario. Eppure Joe oggi tiene corsi di scrittura all’università. Ma qualche muso lungo, lui che l’università non l’ha mai frequentata, lo procura. «Quelle mummie togate farebbero carte false per darmi un calcio in culo», ammette. «Però i ragazzi mi adorano». Bisogna credergli. È la prima volta che lo sento vantarsi.
E lo adorano, corrisposte, anche sua moglie e sua figlia. Sua moglie lavora per lui, è il suo alter ego, la sua segretaria ed editor. Lui, invece, lavora per la figlia, che fa shopping nelle città italiane con grande disinvoltura, in attesa di diventare una star della country music. Meno male che suo padre ha grande fiducia nel talento artistico della figlia e per ora le fa da manager. Figlio di una famiglia povera e quasi totalmente analfabeta, si è fatto la schiena nei campi. A salvargli la vita sono state la famiglia, le serate al drive-in, la lettura e la natura, cioè il rapporto con l’ambiente e con le creature animate che lo popolano.
Ma se Lansdale resta texano fino al midollo, ha fatto dell’Italia la sua seconda patria. «Ogni tanto io e mia moglie pensiamo di comprarci una casa da voi. Poi ci riflettiamo sopra e ci diciamo: “Al diavolo, meglio affittare una casa in un posto diverso ogni volta che veniamo!”». Però il nostro Paese gli è veramente entrato nel cuore. Non è un caso infatti che Echi perduti (Fanucci Editore, pagg. 416, euro 17,50), il suo nuovo romanzo, esca in anteprima mondiale in Italia. È una sorta di regalo che l’autore ha deciso di fare al Paese che più di ogni altro lo ha adottato. «La gente da voi mi abbraccia con forza, un po’ come facciamo noi in Texas. Quella italiana è gente aperta e calorosa. Mi sento a casa, in Italia».
Non ci sono dubbi. Però, questa sua ultima fatica è americana, anzi texana, al 100 per cento. Il genere Lansdale è un non-genere, visto che Joe ha attraversato praticamente ogni forma narrativa immaginabile, se si fa eccezione per la pornografia e il romanzo rosa. A meno che non abbia firmato qualcosa sotto pseudonimo e oggi se ne vergogni al punto da negarne la paternità. Lo stile Lansdale, invece, è inconfondibile. Echi perduti non fa eccezione. Per una penna così prolifica l’unico rischio è ripetersi, ma questo romanzo è una bella sorpresa. Ci sono allusioni, ma solo allusioni, a un elemento sovrannaturale. La storia è ad alta tensione e, come sempre, non mancano pagine di intensa umanità.
Harry scopre di avere dei poteri speciali: sente dei suoni entrando a contatto con oggetti e luoghi e, attraverso quei suoni, rivive gli eventi traumatici di cui sono stati protagonisti quei luoghi e quegli oggetti. Tra drive-in, honky-tonk, e scazzottate, a farla da protagonista è il tema dell’alcolismo, affrontato in modo lieve e profondo al tempo stesso. Nelle foreste del Texas Orientale, ancora una volta si nasconde un mistero. Harry si troverà suo malgrado a mettere il naso in affari in cui avrebbe fatto meglio a non immischiarsi e, con l’aiuto di un vecchio ubriacone che sta cercando di smettere attraverso la disciplina delle arti marziali, vivrà un’avventura mozzafiato. C’è molto Lansdale in entrambi i protagonisti e c’è molto Lansdale nel tono narrativo. Chi già lo conosce non resterà deluso e chi invece non lo ha mai letto avrà le porte spalancate su un variegato universo narrativo.