Dylan tra passato e futuro

Sta per compiere 68 anni e ha pubblicato più di trenta album, escludendo raccolte e dischi dal vivo. Il suo volto è sempre più spigoloso, scavato da una vita «on the road». Ciononostante, il Neverending tour non accenna a interrompersi e tra pochi giorni uscirà un nuovo album, intitolato Together through life. Il signore in questione si chiama Bob Dylan e domani sera suonerà al Palalottomatica. Cosa attendersi da lui non è facile prevederlo. Le scalette dei concerti recenti, pubblicate con meticolosa precisione sul sito ufficiale, mostrano una gran voglia di alternare spesso le canzoni da eseguire. Tra classici e brani nuovi, ci sono pochi punti fermi. Raro, comunque, che Dylan privi il suo pubblico di Like a rolling stone, All along the watchtower o Blowin’ in the wind. Più difficile sapere se quelle canzoni, celeberrime, saranno eseguite in una versione che ricorda in qualche modo l’originale, o se saranno radicalmente stravolte. Già, perché come è noto l’artista di Duluth ama riarrangiare i suoi brani, rendendoli spesso irriconoscibili. Un vezzo che rende alcuni concerti memorabili, altri francamente difficili da metabolizzare. D’altronde chi ha scritto grandi canzoni per quasi cinque decadi può anche permettersi qualche libertà. La storia della musica moderna non può prescindere da Dylan, che del rock probabilmente è il padre. Si attribuisce a lui, infatti, la nascita di quello che non è un semplice genere musicale, bensì un’attitudine. Nella prima metà degli anni ’60 c’erano il folk e il blues. I Beatles e i Rolling Stones muovevano i primi passi. Il cantautore del Minnesota iniziò a proporre le proprie canzoni, che traevano ispirazione dalla lezione dei grandi folksinger americani Woody Guthrie e Pete Seeger. Quell’ambito musicale però gli stava stretto e cercò nuove strade, elettrificando il folk e rompendo clamorosamente con la tradizione. La scena del «crimine» fu il festival di Newport del 1965: invece di presentarsi con armonica e chitarra acustica a declamare i suoi versi, portò sul palco una band armata di organo e chitarre elettriche, travolgendo il pubblico con il volume alto e un’onda sonora che nessuno si sarebbe aspettato. In molti fischiarono e considerarono Dylan alla stregua di un traditore; qualcuno capì che in quel momento si stava facendo la storia, che in quel preciso istante stava nascendo il rock. Sono passati 44 anni, i tempi ovviamente continuano a cambiare ma Dylan è ancora Dylan, un artista che raramente colpisce a vuoto. In una vita spesa in tournée ha fatto praticamente di tutto. Ha permesso a molti artisti di dividere il palco con lui (Bruce Springsteen, gli U2, Neil Young, Van Morrison e Johnny Cash). Di tanto in tanto, ha concesso brani (anche inediti) a qualche collega (Sheryl Crow è tra i fortunati). Sta per compiere 68 anni e ha pubblicato più di trenta album, ma non è ancora stanco di attraversare la vita insieme al suo pubblico.