Dylan, voce simbolo della poesia rock

Aperto a Trento il tour italiano del cantautore americano. Un canto sporco e una notte di intensa magia chiusa da &quot;Blowin’ In the Wind&quot;. A Londra in mostra <strong><a href="/a.pic1?ID=269602">tutti i suoi disegni</a></strong>

Trento - «La strada è vita»; Bob Dylan ha raccolto il motto di Kerouac e continua a viaggiare con il suo «tour senza fine», vate fisicamente invecchiato ma «forever young» per genialità e poesia. Il suo tour italiano s’è aperto domenica nella piazza delle Albere a Trento, accolto da una marea di fan di tutte le razze e le età. Persino troppi, tanto da mettere a rischio l’ordine pubblico. Appena Dylan appare i fan senza biglietto «sfondano» e invadono il sottopalco, impedendo la visuale al pubblico pagante e seduto. Grande bagarre con lancio di bottiglie e palle di carta contro gli invasori. Intanto il poeta non si cura di nulla e di nessuno; con la sua ieratica riservatezza non guarda neppure verso la platea. Ha mollato di nuovo la chitarra e suona la pedal steel e le tastiere in piedi, messo di sbieco, un po’ gnomo, un po’ cowboy, un po’ Omero moderno, mito impegnato da quarant’anni a smarcarsi perché il mito stesso non lo imprigioni.

E, da buon pifferaio di Hamelin - o da patriarca del rock, come preferite - è lui che con la sua musica riporta il silenzio e mette d’accordo tutti. Ormai Bob (con la fedelissima band) gioca con il rock come forma di espressione totale, colorandolo con pennellate country (a tratti entra anche il violino), rinverdendolo ora con l’afrore del blues, ora con un irruenza quasi hard, ora con l’arguzia ritmica del rockabilly. La sua voce è sempre più sporca, roca, a metà tra un vecchio bluesman ubriaco (ma la verità non è argomento da ubriachi?) e un disidratato Popeye; a tratti pare un rutto che irride il fraseggio corretto e l’intonazione. Ma proprio lì sta la sua magia, quel modo di entrare nelle nostre menti e nei nostri cuori. Così in una splendida rilettura elettroacustica di Don’t think twice it’s all right stravolge la metrica e la melodia e la stessa cosa fa con la virulenza elettrica di Ballad of a Thin Man e con il bombardamento di Highway 61 Revisited; tutto si piega e si adatta alla sua disincantata poesia. Se scandisse Don’t think twice con la sola chitarra acustica come ai vecchi tempi, oppure con la gentile diligenza con cui un Paul McCartney continua a rifare Yesterday, non sarebbe più lui, non sarebbe quel misterioso raconteur lirico ed epico che racconta storie private e sentimenti collettivi.

Più si esibisce senza nulla concedere ai fan (solo alla fine degna di uno sguardo la folla, presenta la band e dice: «Benvenuti amici») più questi lo amano, lo applaudono, ballano le sue canzoni, lo trattano come la rockstar che non ha mai voluto essere. Anche il suo atteggiamento schivo, quasi arrogante, gli viene perdonato per la passione con cui si arrampica su un blues tradizionale come Rollin’ and tumblin’, facendolo a brandelli ma recuperandone le radici come solo i gloriosi Cream (tra gli artisti bianchi) hanno saputo fare.
Non ci sono molti superclassici in scaletta; niente Desolation Row o Mr Tambourine o chicche come Ballad of Hollis Brown. Ma nel bis, dopo la tonitruante e nuova Thunder on the Mountain, parte una strana ballata delicata e sincopata, impreziosita da impalpabili assolo di chitarra e, sul finale, dalla calda armonica di Bob; non tutti la riconoscono d’acchito, ma è Blowin’ in the wind, un degno finale per ricordare battaglie e disillusioni passate su cui costruire spunti e stimoli per nuovi sogni.