E accanto al letto spunta il lettino dello psicologo

L’impegno è di gruppo: «Abbiamo fatto anche una crociera in barca a vela»

da Milano

Torna alla mente Don Abbondio, quando Manzoni gli fa dire che «chi non ha coraggio non se lo può dare». Forse non è sempre così. Forse di fronte alla prova anche chi non ha coraggio, lo trova. Lo trovano, e lo riconosce con parole illuminanti, il dottor Marcello Tamburini, 57 anni psico-oncologo direttore dell'unità di psicologia all'Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori di Milano. In fondo, il suo, come quello dei suoi colleghi, anche se Tamburini glissa («siamo come tutti gli altri psicologi, non siamo più bravi») è un atto di coraggio quotidiano. Ma si può ben immaginare quanto sia duro avere tutti i giorni a che fare con i malati di cancro e con le loro famiglie. Con i mille incubi e le mille domande che si affastellano dentro una mente disperata. Eppure. «Eppure i risultati che stiamo ottenendo sono straordinari - ammette Tamburini - proprio grazie anche all'aiuto delle associazioni di volontariato. Dieci anni fa i malati di cancro non osavano nemmeno far sentire la loro voce, non osavano nemmeno fare una domanda sulla loro diagnosi, sulla terapia, sul loro futuro... Ora invece parlano, interrogano e spesso decidono insieme con i medici la terapia da seguire. Mi spiego meglio, la frase che, con un certo paternalismo, veniva ripetuta anni fa dai medici: “lo faccio per il tuo bene”. Poteva essere rassicurante, forse, ma aveva in sé qualcosa di coercitivo. Quindi oggi, visto che i passi in avanti compiuti dalla medicina consentono due o più opzioni sulla terapia da seguire ecco che il paziente è chiamato ad esprimere la sua preferenza, perché solo ciascuno di noi è in grado di dire quale è il suo bene, quale scelta lo convince di più o lo farà soffrire meno». Lo psico-oncologo, all'Istituto sono in dieci, lavora inserito nell'équipe che si occupa del paziente, non è una figura estranea, e il suo supporto si estende non solo al malato e ai suoi familiari ma anche alle persone che ruotano attorno al paziente, gli infermieri appunto,gli stessi volontari. «Volontari che debbono essere selezionati attentamente, altrimenti rischiano di nuocere a se stessi e a chi vorrebbero aiutare». Lavoro di equipe e terapia di gruppo, dottor Tamburini, finisce che torna il sorriso sulle labbra di tutti? «Magari fosse sempre così, in ogni caso il team spesso consente di ottenere risultati eccellenti. Per esempio di navigare tutti insieme, pazienti, medici, infermieri, volontari verso un obbiettivo comunque: quello di una migliore qualità della vita durante la terapia e dopo la cura o l'intervento chirurgico. E a proposito di navigazione all'Istituto abbiamo preso la parola alla lettera: per suggellare la conclusione di un buon lavoro di gruppo, pazienti, medici e infermieri hanno deciso l’altra settimana di prendere il largo e di concedersi una mini crociera in barca a vela». Sono rientrati tutti? «Sì, direi proprio di sì».