E ad Assisi è morto il pacifismo

Lungo i ventiquattro chilometri che dividono Perugia da Assisi, domenica scorsa si è celebrato, in lungo corteo, il funerale del pacifismo. Non tirava più, il pacifismo, non era più «di tendenza». Scalzato, negli animi sempre pronti ad infiammarsi della società civile, dai diritti, purché «umani» e «per tutti». E così la Marcia della Pace che almeno nelle intenzioni doveva rappresentare la risposta «forte» del movimento pacifista e dei buoni fraticelli di Assisi alle gaglioffate del regime comunista di Than Shwe non è andata più in là di un pittoresco défilé campestre, con tutto l'armamentario del caso: il pulmino che diffondeva musiche di Bob Marley e John Lennon, le magliette con il Che Guevara, la folkloristica rappresentanza del popolo Ogoni, gli equi&solidali, le Ong, i boy scout, don Ciotti, gli attempati frichettoni, le figlie dei fiori appassiti, le famigliole col pupo a cavalluccio, Pecoraro Scanio, i menestrelli schitarratori, qualche regina dei salotti con le Tod's e un pugno di intellettuali con la mazzetta dei giornali sotto il braccio. Ma il rosso delle braghe, delle magliette, delle casacche, dei cappellucci, dei foulard e delle pashmine che in segno di solidarietà ai monaci birmani avrebbero dovuto colorare di sé la marcia, ebbene quel rosso l'hanno visto solo i titolisti della Repubblica e dell'Unità. Poche anche le bandiere arcobaleno, che pure col loro garrire un tempo oscuravano il sole. Inesistenti gli striscioni con slogan pacifisti (tipo: «Giù le mani da...») e del tutto assenti i campioni del pacifismo senza se e senza ma, gli Strada e i d'Arcais, i Veltroni e le Rula Jebreal.
Della orazione funebre si è incaricato lo stesso promotore e organizzatore della Marcia della (ex) Pace, Flavio Lotti: «Questa marcia per i diritti umani - ha detto - rappresenta un evento all'interno di un progetto per la costruzione di una Italia non violenta». Evento, progetto, costruzione: i tre principali elementi della Tavola dell'Aria Fritta. La stessa somministrata dal comunista Franco Giordano affermando che nella Perugia-Assisi si sono poste le basi di «una nuova cultura pacifista». O da Pecoraro Scanio secondo il quale la Marcia «è la risposta ai profeti della regressione». O, ancora, da don Ciotti che nelle vesti di marciatore per la pace scopre che pagare il pizzo non è segno di libertà. La verità, come rileva un osservatore al di sopra di ogni sospetto, l'inviato di Repubblica Giampaolo Cadalanu, è che «sulla marcia resta un senso di ricerca: non di un leader o di un inquadramento, ma di qualcuno che metta in pratica le idee». Idee espresse dalle mille e 400 organizzazioni (tante ne hanno contate gli organizzatori) presenti coi loro rappresentanti e le loro insegne all'«evento all'interno del progetto».
Bene così. Non fosse che per l'arredo urbano - saranno finalmente ritirate dai balconi gli ultimi decolorati ciaffi arcobaleno - c'è sicuramente da rallegrarsi per questo fulmineo trapasso della ideologia e del movimento pacifista. Resta da chiedersi cosa determini negli animi progressisti certe improvvise vampe di entusiasmo, di impegno, di partecipazione e di lotta alle quali segue, altrettanto fulmineamente, l'ostentato e quasi provocatorio disimpegno. È volubilità intellettuale, caducità ideologica o solo una questione di mode alle quali uniformarsi in branco? Vengono in mente i girotondi che tennero banco per una stagione primavera-estate e che a giudizio dei commentatori più autorevoli, un Biagi, uno Scalfari, una Spinelli, rappresentavano la vera novità e l'ineluttabile futuro della politica e della Repubblica nel suo insieme. Assistemmo allora al lancio nell'orbita massmediatica dei Pancho Pardi e dei Paul Ginsborg, per ritrovarceli l'indomani, neanche fossero le sorelle Lecciso, nel cono d'ombra dell'indifferenza. Archiviato il pacifismo, ora la moda impone, come «impegno nel civile», i «diritti umani per tutti». Le simpatiche sorelle Lecciso possono star tranquille: avranno presto nuovi amici coi quali ingannare il tempo.
Paolo Granzotto