E ADESSO DECIDE IL MILAN

Le sinergie, tra Milan e Inter, sono occasionali e procurano un po’ di fastidio. «Se l’Inter dovesse vincere lo scudetto, sarà per merito suo» l’avviso ai naviganti pubblicato ieri pomeriggio da Carlo Ancelotti sull’uscio di Milanello prima di volare oggi a Roma. Ognuno per sé e pazienza se per un turno di campionato gli interessi milanesi coincidono. D’altro canto, i rapporti diplomatici tra Milan e Roma sono idilliaci (Galliani e Rosella Sensi viaggiano d’amore e d’accordo sul mercato e in Lega) e il tifo aperto di Ancelotti per la Champions romanista non è un mistero. «In occasione della festa per gli 80 anni della Roma l’avevo detto: spero facciate strada. E poichè c’è un vuoto da colmare, non sarebbe male una finale col Liverpool»: il pronostico di Carletto, core de Roma, è sincero, sentito. Nessun paragone con il gelo e i veleni che circolano da sempre intorno ai Navigli del calcio. «Mancini? Se si è comportato così, un motivo ci sarà» è l’abile dribbling di Ancelotti seguito da una riflessione che in questi giorni è sulla bocca di tutti. Il Milan, ad Istanbul, si comportò in modo diverso: perse una finale ma dopo un minuto, rimesso in sella l’allenatore, pensò alla rivincita giunta due anni dopo. «Ci sono due modi di comportarsi in situazioni del genere: provare a risolvere i problemi oppure cercare il capro espiatorio. Noi del Milan scegliemmo la prima soluzione» la rivendicazione orgogliosa.
Le affinità, tra Milan e Roma, non sono solo di facciata. Risultano anche elettive. Ogni riferimento ai comportamenti (nella buona e nella cattiva sorte) è assolutamente voluto. Sentite l’ultimo Francesco Totti, il capitano che di solito non risparmia certo frecciate ai suoi rivali. «Mi preoccupa tutto il Milan a caccia del quarto posto e senza più l’impegno della Champions» è la frase che testimonia del clima nuovo che si respira nei dintorni di Roma-Milan, impreziosito da un paio di giudizi riservati il primo a Paolo Maldini («spero che rimanga sui campi, oltre che grande giocatore è un grande uomo»), il secondo confezionato su Pato («può diventare un fenomeno come Ronaldo»).
Troppo zucchero filato? Forse. Sinergie a parte, il Milan è consapevole che la rincorsa al quarto posto non è una impresa facile nè simbolica. «Sarebbe una tristezza giocare l’Uefa» chiosa Gattuso che è la coscienza critica del gruppo, pronto a tornare dopo la squalifica con una serie di certezze che riguardano il mercato. Una fra tutte riguarda il centravanti. «Toni o Drogba sono i miei preferiti» detta includendo nell’elenco, per amor di patria, anche lo Sheva che continua a telefonare e a raccomandarsi come farebbe un candidato di questi tempi, mancano solo le immaginette con il «vota Antonio». «Il Milan di Empoli sarebbe insufficiente per vincere a Roma, spero sia rimasto a Empoli»: Ancelotti lo dice in modo schietto anche perchè nel frattempo nessuno dei suoi può immaginare di ripetere quella performance così scialba senza incorrere nel castigo della Roma e del suo calcio avvolgente. Mettendo a serio rischio il famoso quarto posto che è diventato meno complicato dopo che la Fiorentina è rimasta in Uefa. L’unica, parziale fortuna è il recupero sicuro di Clarence Seedorf, non tanto per l’olandese volante la cui assenza, dixit Berlusconi, fu uno dei motivi della eliminazione contro l’Arsenal. Con Seedorf, il Milan può tornare alla formula dell’albero di Natale, Pato unica punta al fianco di Kakà, dietro Clarence sostenuto dal trio di centrocampo. E con quello schieramento, nel lontano gennaio del 2004 partì una bella rincorsa tricolore del Milan ancelottiano. Non c’era Pato davanti ma Shevchenko, il miglior Shevchenko. «Il Milan è la mia casa e la mia famiglia» ripete il brasiliano. Che si prepari a entrare nella parte?