E adesso la lobby delle streghe fa tremare la Regione di Burlando

Paola Setti

Non ha proprio l’aria della strega la professoressa Valeria Maione, occhialini sul naso, giro di perle e nessun accenno al «corpo è mio e me lo gestisco io». Epperò c’è da tremare sì, sentendola parlare, che dice cose tipo: «Io non ho bisogno di titoli perché brillo di luce propria per quello che ho qui dentro» e si tocca insistentemente la fronte. E allora uomini di tutta la Liguria tremate, che le streghe son cambiate, ma son tornate.
A capo c’è lei, una donna piccola e cattiva che a breve, quando il ministero del Lavoro di concerto con quello delle Pari opportunità firmerà il decreto di nomina, diventerà consigliera di Pari opportunità della Regione. Legge il Giornale che ha preso di mira una delibera che fa sperpero di fondi pubblici, 58mila euro stanziati in progetti vari, fra questi un sito Internet. Precisa: «Avete scritto che la consigliera di parità sono io ma non lo sono ancora». Poi però dice che è vero, l’utilizzo dei fondi è un gran pasticcio. Perché dal ministero ne arrivano tanti, 220mila euro all’anno per le consigliere di parità di tutta la Liguria, ma arrivano tardi e quindi è difficile impegnarli in tempo senza perderli. Tanto più che i progetti nei quali vengono investiti sono ingabbiati in dinamiche complesse, il passaggio obbligato attraverso l’Agenzia Liguria lavoro per dire, ma anche il dover fare riferimento a ricerche che spesso «non hanno valore scientifico, e questo lo scriva pure anche se mi si ritorcerà contro».
Ecco, lei queste dinamiche cercherà di scardinarle ma oggi la notizia è un’altra: nasce una lobby femminile, fatta di donne stanche di veder entrare solo gli uomini in politica, in Regione se ne contano 4 su 40 consiglieri alla faccia degli impegni sbandierati da Claudio Burlando, nei consigli di amministrazione e in tutti i posti di comando. È la prima in Italia e in Italia esporterà il proprio marchio, «Donne in quotAzione» a richiamare non tanto le quote rosa, quanto la volontà di volare ad alta quota e di essere attive per riuscirci. Lo diceva Fernanda Contri ieri alle 180 partecipanti del corso «Donne politiche e istituzionali»: «Dovete smettere di fare le beghine e di temere che qualcuna sia più brava di voi. Siate solidali, votate solo donne, cercate donne a sostituirvi se occupate posti di potere».
Professoressa Maione, sa di ghetto.
«È invece una sorta di mutuo soccorso fra persone che vogliono incidere sul sistema, un gruppo di pressione affinché la società valorizzi le attitudini delle donne».
Lo dite pubblicamente, ma le lobby degli uomini funzionano perché sono segrete.
«È una concezione distorta quella che le lobby debbano essere segrete. Se mai tutto deve essere alla luce del sole. Non faremo un circolo di studio e stiamo registrando il marchio, che potrebbe fare da apripista a livello nazionale dopo l’incontro a Padova con il ministero la prossima settimana».
Lei sarà la futura consigliera di parità della Regione. Lo sa che nessuno sa di che cosa si tratta?
«Purtroppo sì. È che finora le consigliere di parità si sono impuntate a pubblicizzare la propria attività con dei libercoli spesso inutili».
Intanto però la Regione vi dà un sacco di soldi, l’ultima delibera grida vendetta.
«Non sono soldi regionali ma del ministero delle Pari opportunità, destinati alle consigliere»
Sempre di soldi pubblici si tratta e 8mila euro per un sito Internet paiono una cifra spropositata, tanto più che le pagine Web regionali proliferano.
«Un sito ad hoc serve ma posso darle ragione sulla spesa. Sono dieci anni che dico che le risorse sono tante ma troppo spesso vengono usate per creare competenze talvolta serie ma talvolta solo asserite».
Tradotto?
«Per esempio molte ricerche sulle donne nel mercato del lavoro non hanno valenza scientifica. Gliene cito una nazionale: si chiedeva alle donne cosa impedisse loro di conciliare lavoro e maternità. Nella stessa pagina si citava un campione di 40mila e 50mila persone. E fra le cause possibili non c’era la scarsa disponibilità del partner. Le pare serio?».
Lei darà la svolta.
«Terrò molto sotto controllo le ricerche dell’Agenzia Liguria lavoro. E per prima cosa organizzerò un’audizione pubblica in tutte le province perché i progetti vanno studiati dal basso, non imposti dall’alto».
È una critica all’attuale consigliera, Maria Teresa Marras?
«Io sono una studiosa, lei un’empirica, ma abbiamo sempre collaborato».
Ma lei la delibera della Marras non l’avrebbe fatta.
«Il problema è un altro: i fondi arrivano tardi dal ministero e per fare progetti bisogna per forza passare attraverso l’Agenzia Liguria lavoro, organo strumentale della Regione, il che rende più macchinoso il percorso. Comunque una cosa di quella delibera sono riuscita a modificarla».
Che cosa?
«L’accesso facilitato per i maestri nelle scuole».
Le quote azzurre!
«Avrebbero fatto entrare non chi è portato per quella professione ma chi cerca una collocazione facile».
Vale anche per le quote rosa?
«Eh no, le quote rosa a me non piacciono ma almeno sono un tentativo».
Come si fa a scardinare gli uomini, professoressa?
«Si comincia dalle scuole, insegnando ai docenti a valorizzare i talenti individuali al di là degli stereotipi legati al genere. Poi si dice alle imprese che la cura dei figli magari crea assenze dal posto di lavoro, ma ha il vantaggio di far acquisire alle donne nuove competenze nella risoluzione di problemi».
Lei è di sinistra?
«Sono apolitica».
Però la consigliera di parità effettiva di solito è di maggioranza e quella supplente di minoranza.
«Inviai il mio curriculum a una consigliera Ds anni fa, da allora porto questo marchio. Ma le racconterò un aneddoto: una volta a un convegno dissi di parlare da economista. Sandro Biasotti mi scrisse che non gli pareva bello che io mi fossi definita comunista in pubblico. Certe cose nascono così ma a me non servono tessere né titoli, mi basta quello che ho qui, in testa».