E adesso il Pakistan deve dire con chi sta

Adesso il re è nudo. Adesso il Pakistan deve chiarire, i suoi rapporti con Al Qaida e Osama Bin Laden. Sia che si tratti, e lo speriamo, di una trama oscura ordita da un intelligence deviata, sia che si tratti di un cancro diffuso fino ai vertici di quell'apparato militare considerato il vero timoniere del paese. Alternative non ce ne sono. In nessun altro caso l'uomo più ricercato del mondo avrebbe potuto nascondersi nel cuore di Abbottobad, una città di mezzo milione di abitanti all'incrocio tra i centri nevralgici di Islamabad e i picchi di quell'area tribale santuario di Al Qaida. In nessun altro modo poteva sfuggire al setaccio dell' Isi (Inter Intelligence Service), un servizio segreto capace in altri casi di mantenere il controllo assoluto sui più angusti recessi di una potenza nucleare da 170 milioni di abitanti. Il primo timore di una collusione risale all'estate 1998 quando l'amministrazione Clinton ordina il lancio di 75 missili Tomahawak come rappresaglia la strage alle ambasciate di Kenia e Tanzania. Un microchip inserito dalla Cia nella batteria del satellitare di Bin Laden dovrebbe guidare le testate sul nascondiglio del capo di Al Qaida. Ma quando i missili esplodono Bin Laden, avvertito in anticipo, ha già abbandonato base e satellitare. Il dubbio americano diventa angoscia alla vigilia dell'11 settembre. Nell'agosto 2001 la Cia scopre le relazioni pericolose di Sultan Bashiruddin Mahmood e Chaudiri Abdul Majeed, due scienziati nucleari pakistani entrati in Afghanistan per offrire a Bin Laden la realizzazione di un ordigno nucleare sporco. La mattina dell'11 settembre l'allora capo dell'Isi generale Mahmood Ahmed viene convocato a Washington per spiegare i particolari di quella trasferta e chiarire la riluttanza della sua organizzazione a fornire informazioni su Al Qaida. Mentre il generale fa anticamera gli aerei dirottati da Mohammed Atta colpiscono le Torri Gemelle. All'indomani il sottosegretario agli esteri Richard Armitage lo rispedisce in patria affidandogli un messaggio molto chiaro. «Scegliete fra noi o il terrorismo altrimenti preparatevi a venir bombardati e a ritornare all'età della pietra». A salvare il Pakistan ci pensa il presidente generale Pervez Musharraf mettendo alla porta Mahmood Ahmed e un manipolo di altri generali filo talebani. Ma prima di venir congedato Mahmood Ahmed va a Kandahar, fa visita al Mullah Omar lo convince a resistere e a non consegnare agli americani Bin Laden. Bazzecole rispetto alle accuse dei servizi segreti indiani che sostengono di possedere l'intercettazione della telefonata con cui il capo dell'Isi dispone il trasferimento di 100mila dollari sul conto di Mohammed Atta capo del commando dell'11 settembre. L'uscita di scena di Mahmood Ahmed non mette fine, comunque, alle connivenze. I fuoriusciti dell'Isi creano una struttura parallela con sistemi di comando e controllo difficilmente rintracciabile. L'intelligence americana continua però a registrare comunicazioni quantomeno imbarazzanti, da quelle dei Corpi di frontiera pakistani impegnati a fornire appoggio alle unità talebane alle informazioni fornite al gruppo terrorista che nel luglio 2008 da l'assalto all'ambasciata indiana in Afghanistan. La ciliegina sulla torta è la registrazione in cui il capo di stato maggiore pakistano Ashraq Kayani definisce alcuni gruppi jihadisti «assetti strategici di cui il Pakistan non può far a meno». Kayani per Washington non è un generale qualunque, Dopo l'assassinio di Benazir Bhutto quel generale rappresenta l'unica speranza di rompere i legami con Al Qaida. Da quel momento gli americani capiscono di non aver più spazi di manovra. Capiscono che la guerra al terrore si potrà vincere solo tagliando fuori l'ambiguo alleato pakistano.