E adesso la procura stringe la morsa sul Pd: è caccia ai conti esteri di Penati sulla Serravalle

La Procura si prepara ad aprire la fase due dell'indagine e stringe su Serravalle. I pm cercano le prove dei soldi
intascati dall’ex braccio destro di Bersani per favorire la scalata di
Marcellino Gavio. Ma non sarà facile: i fatti risalgono al 2005

Milano - «È il momento di accelerare». Dopo i primi interrogatori - ieri in carcere sono stati sentiti dal gip l’ex assessore all’Urbanistica Pasqualino Di Leva e l’architetto Marco Magni - l’inchiesta della Procura di Monza sul cosiddetto «sistema Sesto» si avvicina a una svolta. Cristallizzato il quadro sulle presunte mazzette pagate per la riqualificazione delle aree industriali Falck e Marelli, i pm Walter Mapelli e Franca Macchia si preparano ad aprire la fase due dell’indagine. Puntando al bersaglio grosso. Serravalle.

È questo il vaso di Pandora che gli inquirenti intendono scoperchiare. Del resto, che l’acquisizione da parte della Provincia di Milano delle quote della società autostradale in mano al costruttore Marcellino Gavio fosse di interesse investigativo era già emerso dalle carte dell’accusa e dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Anna Magelli. In più di un interrogatorio, infatti, gli inquirenti avevano chiesto agli indagati indicazioni utili a ricostruire gli aspetti più opachi di quell’operazione. E ora, pm e finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Milano potrebbero passare alle vie di fatto. Seguendo la pista del denaro. Quella, ad esempio, indicata da Piero Di Caterina - uno dei grandi accusatori di Penati - nel corso dell’interrogatorio del 21 giugno del 2010.

Cosa racconta Di Caterina? Che l’accordo fra Gavio, Penati e il suo braccio destro Giordano Vimercati venne firmato in via riservata nello studio di un commercialista milanese, e che l’ex braccio destro di Pier Luigi Bersani avrebbe ricevuto «il suo guadagno dall’operazione a Dubai, Montecarlo e Sudafrica». Le fiamme gialle, su indicazione dei magistrati monzesi, potrebbero a breve andare a caccia di eventuali conti esteri di Penati, su cui sarebbe finito il «premio» per una compravenditra che garantì a Gavio una plusvalenza da 179 milioni di euro, 50 dei quali trasferiti nella tentata scalata di Bnl da parte di Unipol. Ma «non sarà facile», spiega una fonte. I fatti risalgono al 2005. E più passa il tempo, più è difficile districare una matassa di interessi rimasta aggrovigliata così a lungo. Tuttavia, qualche primo tassello - sul caso Serravalle - è già stato messo al suo posto. I finanzieri, infatti, hanno iniziato a sentire alcuni personaggi che ebbero un ruolo in quell’operazione. Informatori tenuti rigorosamente anonimi, che stanno aiutando gli investigatori a fare ordine nella scacchiera su cui è stata giocata la partita della società autostradale.

Ma i pm continuano a cercare riscontri anche sulle presunte tangenti legate al settore urbanistico di Sesto San Giovanni. E mentre Di Leva e Magni hanno negato al gip di aver mai preso mazzette (Di Leva ha presentato documenti a giustificazione di 140mila euro dei 415mila trovati dalla Gdf sui suoi conti correnti, spiegati dall’ex assessore come un anticipo sulla liquidazione pagato dall’Enel, l’azienda in cui lavorava), la Procura ha sentito Nicoletta Sostaro, ex responsabile dello sportello unico dell’edilizia del Comune di Sesto. A lei hanno chiesto di spiegare a cosa servisse la busta con 5mila euro in contanti ricevuta da Di Caterina come «pacco regalo» nel Natale del 2006. «Quando ho visto che c’erano i soldi, l’ho restituita», ha detto la funzionaria. Convincendo ben poco gli inquirenti.
Allo stesso modo, non ha convinto la spiegazione data su una cena - avvenuta sempre nel 2006 in un noto ristorante milanese - a cui Sostaro ha partecipato, e alla presenze di Di Leva, di Giuseppe Grossi - il re della bonifiche già finito in carcere per la riqualificazione del quartiere milanese di Santa Giulia, e interessato all’affare dell’area ex Falck - e Giovanni Camozzi, intermediario per conto dell’immobiliarista Luigi Zunino in una serie di pagamenti fra società che avrebbero avuto lo scopo di creare fondi occulti per la politica.

Niente di più che una cena, ha spiegato la donna. Per gli inquirenti, invece, un’occasione per discutere della contropartita economica da versare in cambio del raddoppio delle volumetrie edificabili nei terreni industriali. Una fetta dell’enorme torta spartita anche con le coop emiliane. E presto verrà sentito Omer Degli Esposti, vicepresidente delle cooperative bolognesi, che sarebbe stato imposto nell’affare immobiliare da Filippo Penati, e a cui l’imprenditore Giuseppe Pasini avrebbe versato 3,5 milioni di euro. Soldi che - secondo l’accusa - sarebbero finiti a Botteghe Oscure.