«E adesso Washington deve scegliere»

«Medvedev è un partner fondamentale. Ma se non si ferma, gli americani dovranno rispondere in modo adeguato»

Mosca sta mandando un segnale a Washington e alleati. Vladimir Putin e il presidente americano George W. Bush erano fianco a fianco all’inaugurazione delle Olimpiadi quando la guerra è arrivata nel Caucaso. Gli Stati Uniti sostengono il regime pro Occidente della Georgia; la Russia, i separatisti dell’Ossezia. La Casa Bianca ha subito annunciato che appoggerà l’integrità territoriale georgiana. A poche ore dallo scoppio del conflitto, il New York Times s’interrogava sulle reazioni di Washington. Per Leon Aron, presidente del dipartimento di studi russi dell’American enterprise institute - russo, rifugiato negli Stati Uniti dal 1978 e biografo di Boris Yelstin - i segnali dalla Russia sono molteplici.
Come reagirà l’America se la situazione non cambia?
«Dipende tutto dal tipo di piano di Mosca. Questo è un conflitto pianificato. Se la Russia vuole soltanto mostrare i muscoli e poi fermarsi e ritirare i soldati, allora la reazione americana rimarrà standard - richieste di esercitare moderazione - e le relazioni tra Mosca e Washington non saranno danneggiate. Se il piano è più vasto, se l’Ossezia diventerà parta della Russia e la guerra con la Georgia andrà avanti, allora gli americani dovranno fare uso di grande diplomazia».
Di cosa dovrà tener conto Washington?
«Il dilemma cruciale per gli Stati Uniti è mantenere un doppio obiettivo nella regione post-sovietica: promuovere regimi stabili e democratici coltivando allo stesso tempo relazioni amichevoli con la Russia, alleato fondamentale su dossier come la proliferazione nucleare, l’Iran, la Corea del Nord. Negli ultimi anni, la tensione per riconciliare questi due aspetti contrastanti è stata costante e il compito di quest’Amministrazione e di quelle che verranno dopo non è facile».
Quanto pesano la volontà di Tbilisi d’entrare nella Nato e l’appoggio americano alla candidatura?
«Sono un nodo centrale nello scenario di queste ore. La Russia non vuole la Georgia nell’Alleanza atlantica e mira, attraverso Tbilisi, a dare un lezione a tutte le altre Repubbliche ex sovietiche con aspirazioni simili. I russi mandano un messaggio all’Alleanza, ad americani ed europei: se inizia un conflitto, potreste essere tutti direttamente coinvolti. Lo stesso messaggio è diretto alle ex Repubbliche, soprattutto l’Ucraina, di cui la Nato discuterà la candidatura nel prossimo summit di dicembre: “Pensateci due volte prima d’entrare nell’Alleanza, perché questo è lo stato dell’arte delle nostre forze”».
L’esito delle elezioni americane influirà sulla questione?
«Poco, l’appoggio alla Georgia rimane: se a dicembre John McCain sarà presidente americano, farà maggior pressioni per l’entrata della Georgia nella Nato, nonostante il conflitto di queste ore. Se vincerà Barack Obama è facile che in concerto con gli europei si muova con maggiore cautela».