E Amadeus disse: «Ascoltandolo mi sono scese lacrime di gioia»

Nelle sue lettere Mozart confida l’emozione per l’opera, ma non risparmia critiche ai cantanti

È comodo, per un autore di teatro, avere il librettista sotto casa. Quando la corte di Monaco invia a Mozart la «scrittura» per Idomeneo, sceglie per il libretto un cappellano dell’arcivescovo di Salisburgo, l’abate Giambattista Varesco (1735-1805), tanto che «poeta» e musicista possono lavorare assieme - fase preparatoria del dramma - prima di comunicare a distanza, per lettera, attraverso Leopoldo padre di Wolfgang, quando Mozart si trasferisce a Monaco per ultimare la partitura, prendere parte alle prove e rapportare il suo lavoro con la realtà di fatto dei cantanti, di orchestra, scenografo, ballo eccetera.
Il libretto di Varesco, in debito anzitutto con Metastasio, poi col Calzabigi del sacrificio di Alceste, non è gran cosa. Leopold Mozart, severo come sempre con sé e con gli altri a partire dal figlio, nel carteggio Salisburgo-Monaco sbotta: «Varesco mi ha seccato i coglioni» calcando poi la mano con un «è soltanto mezzo italiano, peggio dell’italiano vero». E si pensa a come l’opera italiana e gli italiani, a Vienna, metteranno i bastoni fra le ruote del teatro mozartiano. Torna in mente come il pubblico della capitale non considera mai Mozart un operista per le «troppe note»: appunto la ricchezza e complessità sinfonica, il dinamismo sonatistico che esplodono da Idomeneo.
Da Monaco, durante le prove, Mozart è ebbro della sua creatura anche se parte degli strumentisti disertano. «La prova è andata estremamente bene. C’erano solo sei violini ma avevamo gli strumenti a fiato necessari». Ascoltando Idomeneo «mi sono salite le lacrime di piacere e di gioia e tutti gli artisti sostenevano che era tutto nuovo e strano e così via». Il «nuovo e strano» dell’opera con cui il drammaturgo venticinquenne sfida se stesso e la tradizione. Con cui vuole imporre al mondo la sua personalità, un genio che ha finalmente trovato le opportunità.
È tale l’immedesimazione nel Terzo atto, quello più alto e coinvolgente della partitura cui Mozart lavora e rilavora praticamente sino al momento dell’andata in scena, da scrivere: «La mia testa e le mie mani sono piene del Terzo atto e non sarebbe affatto un miracolo se io stesso mi trasformassi in un Terzo atto». Quanto alla «voce sotterranea» - quella che, come da didascalia del libretto, «pronuncia la sentenza del cielo» ossia che «Ha vinto amore» - ne scrive ben quattro versioni e dice al padre: «Tenga presente il teatro: la voce deve essere terribile, deve essere terrea; il pubblico deve credere che sia vera».
Gli interpreti. Idomeneo è un tenore ultrasessantenne, Anton Raaf, e si lamenta per le difficoltà della sua parte. A Mozart non piace quel suo stare in scena «piantato», con la staticità di chi è cresciuto a pane e opera seria: quella priva d’azione e dove ciò che conta sono gli «affetti» ossia i sentimenti espressi col canto e stop. Neppure Idamante - castrato e dunque della «vecchia scuola» - lo soddisfa. Lo chiama ironicamente «il mio molto amato castrato Dal Prato». Dall’ironia alla descrizione dei fatti, ecco quanto si legge in una lettera al padre: «Raaf e Del Prato eseguono il recitativo assolutamente senza spirito né fuoco (i corsivi sono di Mozart) e con monotonia, e sono i due più miserabili attori che abbiano mai calcato la scena».
Scena nuova e canto altrettanto inedito. «Il Raff è il miglior uomo, il più leale di questo mondo, ma è talmente incarognito nella maniera antica che si rischia di sudar sangue... come par exemple quando canta la prima aria “Vedrommi intorno”. La sentiste, è buona, è bella, ma se l’avessi scritta per Zonca (Zonca era un basso che cantava anch’esso a Monaco, ndr) essa aderirebbe meglio al testo; egli ama troppo le tagliatelle (sono le note tenute a lungo, ndr) e non bada all’espressione».
In breve però, noncurante delle contingente, torna a inebriarsi del suo Idomeneo e dell’effetto che fa: «Tutti sono pieni di gioia e di stupore». I posteri confermano.