E Amato inciampa sull’oppio afghano

da Roma

Acquistare l’oppio afghano per produrre farmaci legali antidolorifici. La proposta lanciata a Mosca durante il G8 dal ministro dell’Interno, Giuliano Amato, rappresenta un inedito assoluto ed inevitabilmente suscita perplessità e polemiche.
Lo scopo sarebbe principalmente quello di arginare il traffico illegale di oppio dall’Afghanistan, che basa la quasi totalità della sua economia proprio sulla produzione dei papaveri da oppio. Da Kabul ingenti quantità di droga vengono dirette verso la Russia, da dove poi sono ridistribuite in tutto il mondo. Un traffico gestito direttamente dai signori della guerra e con il quale si finanziano anche le bande di guerriglieri ed i terroristi. Allo stesso tempo però la produzione di oppio è l’unico sostentamento per le famiglie di contadini dai quali appunto il titolare del Viminale ipotizza di poter acquistare direttamente la sostanza stupefacente.
Amato spiega che «si tratterebbe di un acquisto legittimo e di una destinazione trasparente per uso medico». Il governo Prodi ha già affrontato la questione, anche se soltanto a livello teorico, durante il vertice tenuto a San Martino al Campo. Ma sull’opportunità politica di una simile iniziativa i dubbi sono molti.
L'esponente dell'Udc Luca Volontè attacca Amato. «Amato ha perso la testa: proporre di acquistare l’oppio afghano e mettersi in concorrenza con Al Qaida: è una soluzione ai problemi della povertà di quel Paese inaccettabile - dice Volontè -. Forse pensava ad approvvigionare l’idea della Turco per la sanità italiana. Si comporta come chi vuol trovare intese con narcos e narcomafie varie».
Di segno opposto il commento della deputata della Rosa nel Pugno Donatella Poretti che definisce «ottima» la proposta Amato, tanto che ipotizza di rilanciarla anche per le piantagioni di foglia di coca dei Paesi andini.
Poretti ricorda che l’iniziativa era stata già «formalizzata da Emma Bonino dopo la missione dell'Ue per le elezioni del 2005 e lanciata dall’organizzazione non governativa Senlis Council». Il fine è quello di «far emergere dall’illegalità quasi la metà del Pil afghano, unica possibilità perché possa crearsi uno Stato di diritto e rimediare al paradosso che vede un Paese pieno di papavero da oppio e completamente sprovvisto di farmaci, tanto che le operazioni chirurgiche vengono realizzate senza anestesia».
Ma anche Pino Arlacchi, l’ex responsabile Onu per il settore droga, vede troppi rischi in una simile operazione. Secondo Arlacchi l’unica via di uscita è quella di incentivare coltivazioni alternative perché l’acquisto da parte di uno Stato non farebbe che incentivare la produzione.