E anche Fassino isola Prodi: giusto ascoltare Montezemolo

Dopo i Dico e lo scontro sul Pd, Quercia e Dl sempre più critici col premier. Le accuse dei sindacati

da Roma

Se ne va a pranzo con Tommaso Padoa-Schioppa (forse il ministro più contestato del suo governo in questo momento), e subito dopo si vede con Vincenzo Visco (probabilmente il sottosegretario più traballante del suo governo in questo momento). Per Romano Prodi sono giorni di assedio, e il tentativo, non troppo celato, è quello di serrare i ranghi, di fare quadrato, in un momento in cui c’è molto più di una sensazione di «fuoco amico» intorno a lui.
Il presidente del Consiglio, amante delle tautologie, ha spiegato che il discorso di Luchino Cordero di Montezemolo «si commenta da sé», e ovviamente è stato scelto un eufemismo per non dire qualcosa di peggio. Tutti sanno che a palazzo Chigi l’affondo del numero uno di Confindustria è stato vissuto come una clamorosa invasione di campo, se non una minaccia immediata («Discesa in campo? Direi che sta salendo...»). Ma ieri, tanto per complicare le cose, proprio sul già dolente spunto della «Luchineide», è arrivata una critica non troppo amichevole persino dal leader dei Ds Piero Fassino, che ha accusato Prodi di fare lo struzzo e di eludere i problemi posti da Montezemolo. Possibile? Visto che quelle del leader della Quercia sono frasi pronunciate su pubblica piazza, da Moncalieri, lo è, e senza possibilità di errore: «Io credo - attacca Fassino senza citare Prodi per nome, ma individuandolo in maniera inequivocabile - che sia dovere di una classe dirigente che ha la responsabilità di guidare il Paese non girare la testa da un’altra parte, piacciano o no le espressioni che si ascoltano». È noto che Fassino, insieme a Rutelli, era stato uno dei pochi leader a concedere una sostanziale apertura di credito a Montezemolo dopo il «più politico» dei suoi discorsi. E infatti anche ieri il segretario dei Ds ribadiva: «Credo che Montezemolo abbia dato voce allo stato d’animo, al sentimento, presente nel mondo imprenditoriale e non solo. Credo che si debbano raccogliere - sostiene Fassino - le sollecitazioni che vengono da quel discorso, che sono quelle di mettere in campo le riforme di cui l’Italia ha necessità».
Così resta da capire perché il numero uno del Botteghino si metta a bacchettare il premier proprio ora. Non si tratta certo di un caso, visto che i due hanno avuto più di un attrito, nel varare la lista definitiva del cosiddetto «supercomitato» che governerà il Pd fino alla Costituente, decidendo modi e regole. Prodi ha fatto la parte del leone, ha preteso una fetta quasi pari a quella di Ds e Margherita, ha costretto i partiti fondatori a sacrificare uomini vitali. Proprio a Torino si è aperto il caso di Sergio Chiamparino, il vero uomo forte dell’Ulivo nel Nord-Ovest, che è stato escluso, e non ha mancato di sparare a zero sulla creatura messa in campo in queste ore. Anche «Chiampa» è deluso dalla realpolitik di Prodi e del suo stesso partito, e ha già annunciato una lista autonoma alla costituente, magari con Mercedes Bresso e Riccardo Illy. E che dire dei rapporti ormai al cardiopalmo, che intercorrono fra palazzo Chigi e i leader sindacali? Ieri il segretario della Cisl Raffaele Bonanni ha tuonato dalle colonne di un giornale amico come La Repubblica: «È inaccettabile che di fronte a un contratto scaduto da 18 mesi che riguarda 3 milioni e mezzo di persone, Palazzo Chigi rimandi con una scusa quello che doveva essere l’incontro decisivo!». Bonanni non risparmia colpi: «Non c’è trasparenza, e quindi non c’è assunzione di responsabilità».
Frasi molto dure, che si aggiungono ai problemi aperti sugli altri fronti. Non è un mistero che anche Arturo Parisi, il ministro più vicino a Prodi, sia drasticamente critico sia sul processo di formazione del Partito democratico, sia sul Visco-gate (dove il Professore vorrebbe far passare la tempesta, e molti dirigenti della Margherita non disdegnano l’idea delle dimissioni). Perseguitato sul tesoretto, dissestato dall’onda d’urto retroattiva del Family day, in ritirata sui Dico, impacciato sul Partito democratico, braccato da Montezemolo, Prodi è esposto come mai prima d’ora. Prova a resistere «voltando la testa dall’altra parte», come maliziosamente Fassino gli ricorda che non dovrebbe fare.